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Reviews - Blackmore’s Night
:: Blackmore’s Night - A Knight in York - (UDR/EMI - 2012)
Doppia uscita in CD e DVD per i menestrelli angloamericani più famosi degli ultimi decenni. Il progetto Blackmore’s Night non è nuovo alla pubblicazione dei propri concerti, e innegabilmente la dimensione live è quella più congeniale a Ritchie Blackmore, Candice Night e alla loro banda di menestrelli. Questa volta la location prescelta è York, nel cuore dell’Inghilterra, la cui atmosfera tipicamente albionica rappresenta lo scenario perfetto per determinate sonorità.
L’opener epica e tamburellante “Locked within the Crystal Ball” lascia subito spazio a “Gilded Cage”, intermezzo shakespeariano dalle sonorità morbide ed evanescenti guidate dal violino di Gypsy Rose e impreziosite dagli arpeggi essenziali ma maledettamente efficaci di Blackmore. Tremano i polsi sulla parte elettrica di “The Circle”, ben sostenuta dal drumming di Squire Malcolm con una delle tipiche ritmiche di matrice “Perfect Strangers” che lasciano spazio all’immancabile assolo. Meglio comunque non farsi troppe illusioni: nel corso della propria carriera, la band ha fatto discretamente rientrare le proprie radici rock dalla porta di servizio, dopo averle accuratamente defenestrate nelle proprie dichiarazioni di intenti, e tuttavia queste rappresentano nulla più che un corollario alla ben più massiccia presenza di influenze rinascimentali. Lo stesso coro finale della track vede protagonista una Candice Night più a suo agio del solito nell’epicità richiesta dalla situazione. Non mancano sonorità scanzonate, come nella cover di “Journeyman” dei Nordman, e nelle atmosfere vicine alla tradizione russa di “Toast to Tomorrow”, con Bard David che veste i panni di Lady Gaga, peraltro incalzato da una Candice perfettamente a suo agio nei panni di mattatrice del folto pubblico.
Il dubbio sull’essere dinanzi ad un’operazione autocelebrativa (rafforzato dall’apparizione della pargoletta Autumn Esmeralda sul palco) si trasforma dunque nella constatazione che la band è dotata di una buona dose di autoironia, e tutto ciò solleva la coppia e i comprimari dal sospetto di essere vittime di una qualche visione collettiva di ritorno al passato; d’altronde, si tratta di una critica a cui gli stessi Reinassance sono di certo andati incontro in tempi andati, pur senza che sulle loro spalle pesasse la pesante eredità che i Blackmore’s Night portano avanti.
Anche se mancano estratti dai primi due album della band (quelli che conosco meglio, per inciso) la scaletta mostra in effetti il raggiunto stadio di maturazione del progetto, che abbandona sia le velleità elettroniche degli esordi (ho sempre pensato che con fior di batteristi avrebbero potuto risparmiarsi la drum machine di “Writing on the wall” sul primo album) sia lo scempio dei classici di Deep Purple e Rainbow, in cui la buona Candice si confrontava con sin troppa leggerezza con i mostri sacri che tutti conosciamo. A grandi linee, sui può affermare che la prima parte del concerto è incentrata sui brani di “Secret Voyage”, mentre nella seconda fanno più spesso capolino quelli dell’ultimo “Autumn Sky”, con l’esecuzione della spagnoleggiante “Fires at Midnight” a fare da spartiacque. L’ultimo album contiene sicuramente episodi più riflessivi, tratti come sono in gran parte da motivi tradizionali riarrangiati per l’occasione dalla mano sapiente del Bardo dei Bardi, com’è definito dall’aitante consorte. Tra questi fa eccezione “All the Fun of the Fayre”, che sembra inconsapevolmente ripercorrere le strade già battute dagli ex compagni con “Rapture of the Deep”, mentre “First of May” chiude il set con tutta la dolcezza possibile, nel classico stile teatrale del combo.
Una cosa è certa. Possono piacere o no, ma siamo indubbiamente dinanzi ad una band che non si prende troppo sul serio, e anzi che si diverte un mondo nel fare quello che fa. Non si spiegherebbero altrimenti le scelte degli pseudonimi per i tanti comprimari sul palco, talmente zuccherosi da apparire spudoratamente ispirati alle produzioni disneyane. D’altronde, sappiamo tutti che il Mago di Oz è tra le produzioni preferite del buon Ritchie, e tuttavia provate ad immaginare un Cozy Powell o un Ronnie James Dio a fregiarsi di un nome da menestrello. A questo proposito, menzione speciale va all’operato di Bard David, tastierista che riesce a ritagliarsi uno spazio personale pur nelle strette maglie imposte dal genere. Potrà sembrare scontato, ma lasciatemi elogiare il tocco di Blackmore: essenziale, inconfondibile, scolpito nella Storia, carico com’è della capacità di ricoprire di oro anche ciò che così prezioso non è, nonché di influenzare le valutazioni di qualsiasi recensore.
Tra i contenuti speciali non poteva mancare “A Day in York”, una serie di riprese della storica cittadina britannica che valgono a rafforzare quella scelta di location di cui si diceva poc’anzi. La colonna sonora affidata a “Minstrel Hall”, tratta com’è da “Shadows of the Moon”, chiude a suo modo il dvd in maniera tradizionale, con le immagini dei castelli medievali della città inglese seguite da qualche secondo di backstage della band. Questa mi sa che me la riciclo a scuola, caro Ritchie!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact:
www.blackmoresnight.com
:: Blackmore’s Night - Dancer and the Moon - (Frontiers Records - 2013)
I Blackmore’s Night sono come il ragazzino che si atteggia a bulletto con i compagni, pur essendo esile e di bassa statura. Fa la voce grossa, sfida a cielo aperto e suscita inizialmente l’ilarità dei presenti. Poi, quando la misura è colma, interviene un membro dell’improvvisato “branco” con la manifesta intenzione di ripristinare gli equilibri naturali, ed è lì che spunta il fratellone maggiore del discolo di cui sopra. Facile intuire il finale della storia. Ecco, questi sono i Blackmore’s Night. Metti su “I think it’s going to rain today”, primo pezzo di questo nuovo “Dancer and the Moon”, ascolti i risibili intenti pop del cantato di Candice Night, e proprio quando pensi che sia arrivato il momento di bollare tutto ciò come fuffa rinascimentale di cui (probabilmente) esistono esempi più blasonati anche nei tecnologici Anni Dieci, arriva lui. Anzi, arriva Lui. No, non è un panegirico al buon Giuseppe, di cui leggete proprio in questi giorni lo special su “Black Knight”, la biografia di Blackmore; è semmai l’ennesimo, prevedibile ma inevitabile, encomio al Man In Black più longevo della storia del rock. Che si tenga dietro le quinte con un qualche simil-liuto dei nostri giorni, che esplori gli ultimi angoli del Rinascimento britannico nello stile di John Dowland o si spinga ancora più ad Est, oltre la ex cortina di ferro, a recuperare timbriche e stili moscoviti, è ovviamente lui il vero perno degli album della band. È lui che rincorre la Madre Russia con “Troika”, un po’ come fece già all’epoca di “Toast to Tomorrow”, che marchia a fuoco la pomposa “Galliard”, contraltare alla pacata e ricercata “Minstrels in the Hall”, i classici episodi che Blackmore tiene per sé nei dischi. La recensione potrebbe anche chiudersi qui, ma non sarebbe affatto divertente. Eh sì, perché la Musa che accompagna il Bardo, pur svolgendo alla perfezione la sua eventuale funzione ispiratrice, non si mostra sempre altrettanto ispirata nelle soluzioni proposte sul piano strettamente musicale. Passi per le sonorità da fiera delle Midlands della già citata traccia di apertura, e per quell’ignobile remix della già deboluccia “Somewhere Over the Sea (The Moon is Shining)” che prende l’originalissimo nome di “The Moon is Shining (Somewhere Over the Sea)”: il vero cruccio dell’ascoltatore sono le due cover presenti. La prima è una lunga, lunghissima versione di “Lady in Black”, il classicone degli Uriah Heep che da qualche anno sembra tanto spopolare nella Rete che inizio a pensare che il mio vinile apribile di “Salisbury” non abbia più quel valore che devotamente gli ho sempre conferito. A parte l’ironia della sorte che porta Blackmore a coverizzare una band che ha tratto la propria prima linfa ispiratrice dai Deep Purple, una prece va al povero David Byron, che si trova qui banalizzato senza, ahimé, possibilità di replica. Come? Qual è l’altra cover? Ma… devo dirlo per forza? Pensavo non avrebbe osato, e invece sì: “Temple of the King” dal primo, mitico album dei Rainbow. Il passaggio da maggiore a minore di alcuni accordi serve forse a contestualizzare il tutto, ma personalmente non riesco a distogliere l’attenzione dal fatto che Candice Night canta la linea di Ronnie James Dio. Di Ronnie James Dio. Va beh. Sì che è un gran pezzo, ed è di esclusiva proprietà del Nostro, ma non c’era bisogno di ridurlo così. O forse sono io che non capisco granché, dai… fortunatamente, in un’ironica carrellata di numi tutelari che è segno dei tempi – e che sembra una di quelle rubriche tipiche del Reverendo Laterza – in chiusura spunta una vera e propria gemma, il tributo all’amico Jon Lord che prende il titolo di “Carry on… Jon”. Senza voler scomodare la maestosità di “A 200”, dico qui che questo strumentale ci riporta indietro proprio lì dove avevamo lasciato i Rainbow di “Weiss Heim”, di “Vielleicht das nachste Mal” e di “Anybody There”, e si colloca al pari di questi capolavori della chitarra. Niente da fare, proprio non riesco a dir male degli album di questi qua…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

Contact:
www.blackmoresnight.com
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