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Reviews - Big Steel Shit
:: Big Steel Shit - Shit Happens - (Autoproduzione - 2012)
Shit happens. Già. “You’ve got to deal with it”, direbbero sia i D.R.I. che i monaci buddisti, per quanto America e Asia siano lontane, qui. Certo, dipende dai punti di vista… sarebbe in effetti semplice obiettare che il quintetto tarantino Big Steel Shit suona più americano di quanto facciano, ad esempio, i loro conterranei Assaulter. Ma è pur vero che il thrash del quartetto recentemente recensito su queste pagine è un genere sufficientemente internazionalizzato, mentre l’alternative metal/post grunge di cui si fregiano i Big Steel Shit richiama la costa occidentale degli Stati Uniti senza margine di errore. In effetti, il ticket grunge-metal rispecchia appieno le scelte “allucinate” delle doppie voci presenti a profusione in “Shit Happens”, con “Godsons” a rappresentarne l’esempio perfetto. Una lungimiranza niente male per una band giunta al secondo disco dopo sei anni di attività e alcuni decisivi cambi di formazione che ne hanno rafforzato gli intenti più che disperderne la creatività come spesso accade. Paradossalmente, la somma delle influenze presenti nelle undici tracce proposte richiama un suono molto italiano stile anni ’90, e fa pensare anche a quelle produzioni tipiche dell’epoca come Susy Likes Nutella o qualcosa che usciva per la Dracma Records. Per dirla in breve, le tipiche linee vocali dal sapore vicino a Seattle si estendono qui su un tappeto hard rock e street metal diretto, grosso e rozzo come un ragù preparato con l’ausilio del lardo battuto. Un discorso che vale per brani come la opener “Lard” (appunto…) e “Didn’t mean”, imbastardite da ritmiche “in your face” e dall’uso a profusione della doppia cassa, nonché da riff di chitarra freschi e dinamici. Per il resto, luci ed ombre sono in agguato nel corso del disco, con una sezione ritmica che sferraglia in “It Barks Rage” in attesa del meritato break finale, che è forse la parte migliore di una track un po’ confusionaria, con un approccio leggermente sleazy nello stile dei primi Extreme. “Industrial Fever” gioca sul minimalismo vocale, risultando un po’ ridondante nella sua miscela allucinata di Jane’s Addiction e Strapping Young Lad (sì, avete letto bene…). Non mancano espedienti interessanti, come l’intro jazzato di “Misleading” e le dissonanze della già citata “Didn’t mean” (dove per inciso le influenze dei Jane’s Addiction vengono incanalate in maniera più matura), e non manca il tributo ad un altro simbolo degli anni ’90, il wah wah tipico della seconda fase chitarristica di Kirk Hammett. C’è forse tanta, troppa carne al fuoco? Probabilmente, tanto che l’album si perde un po’ nel finale, con “Waiting for the bus” in cui emerge una trascurabile doppia voce femminile, e con la title track che rappresenta poco più che un riempitivo. Tra i punti di forza, vanno invece citati decisamente i testi, le cui scelte narrative sono ottime, toccando temi come il consumismo e l’antimafia in modo insolito e decisamente convincente. A questo proposito, il picco dell’album è per me quello in cui testo e musica si fondono meglio, con “Stoned by reality” e il suo testo intimista. Ci si avvicina così ai tempi di “Facelift”, e a quel confine labile tra il grunge più metallizzato e lo street rappresentato da Mother Love Bone, Mindfunk e primi Alice In Chains.
Parlando in generale, la formula dei BSS non sarà completamente originale, ma c’è qui una band sufficientemente smaliziata da pescare lì dove l’ascoltatore medio non giunge, dimostrando in questo una cultura di metal e delle sue sfaccettature di certo fuori dal comune. Per il resto, grazie alla tenacia esecutiva e allo spirito “on the road” di questi ragazzi sono certo che ne vedremo delle belle…
Voto: 7/10
Francesco Faniello

Contact:
www.facebook.com/bigsteelshit
www.myspace.com/bigsteelshit
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