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Reviews - Battleaxe
:: Battleaxe - Heavy Metal Sanctuary - (SPV/Steamhammer - 2014)
I Battleaxe sono quello che ti aspetti. Marco Denti e Sacha Gervasi li definirebbero uno one trick pony sulla scia degli Anvil, e io, che non sono né regista né scrittore, potrei solo aggiungere che hanno quella rocciosità tipicamente europea che fa pensare agli Accept senza però dimenticare l’epicità della NWOBHM. Il tutto con il Prete di Giuda a fare da supervisore e benevolo padrino, come è stato per centinaia di bands prima di loro, insieme a loro e anche dopo di loro, fuori dal tempo massimo dell’heavy primigenio. Senza la minima pretesa di metter su un ritornello catchy, un riff memorabile o una linea vocale che si imprime a fuoco nel cervello, i nostri riescono discretamente in tutti e tre gli intenti. Insomma, i Battleaxe sembrano nati apposta per tutti i ricottari come voi, che non sognerebbero altro che centinaia di dischi come questo. “Heavy Metal Sanctuary” è un lavoro perfetto, a suo modo, con il suo incipit declamatorio affidato alla title-track (una dichiarazione di intenti o una dichiarazione di guerra? Fate voi…) in cui il singer Dave King si colloca sulla rocciosa scia di colleghi più celebri come Dirkschneider e Tornillo, e con quella “Hail To The King” che sceglie di basarsi su quel riff che ha già reso immortali “Swords And Tequila”, “Curse Of The Pharahos”, “Two Minutes To Midnight”, “Harder Than Ever” e “Stand Up And Shout” (ho reso l’idea?). Dodici pezzi che sicuramente farebbero storcere il naso ai palati più fini, ma che vi faranno esaltare senza ritegno, in barba alla data che inesorabilmente campeggia sui vostri calendari e sul disco in questione. In generale, l’approccio stradaiolo la fa da padrone, con decise e gradite virate sul fronte dell’epicità: è il caso di “Give It More”, che racchiude in sé l’essenza di entrambi i lidi musicali, e di “A Prelude To Battle/The Legions Unite”, rocciosa e tipicamente heavy. Gli ingredienti ci sono proprio tutti, con l’immancabile power ballad “Kingdom Come”, che ricorda anche qui le incursioni degli Accept vecchi e nuovi su questi territori, e con il flavour Ac/Dc dell’ultima e divertentissima “Romeo”. E pensare che avevo scoperto i Battleaxe appena prima di ricevere questo disco, con l’ascolto di quel “Power From The Universe” che è uno di quegli album che sin dalla data (1984, i fasti del genere sono ormai lontani) sembra consacrare la band come ultimi mohicani di un certo modo di intendere la NWOBHM, dopo averne ovviamente fatto parte a pieno titolo. Il suono di “Heavy Metal Sanctuary” è ovviamente aggiornato, le distorsioni sono un pelino diverse e più lontane dalla tradizione di fine ‘70, ma guai a dire che la band abbia ceduto a tentazioni moderniste, con l’influenza di Saxon, Ac/Dc e persino della coppia Hansen/Weikath che aleggia rassicurante sulle chitarre di Mick Percy. Prendetelo ad occhi chiusi… voi sapete.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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:: Battleaxe - Power From The Universe - (SPV/Steamhammer - 2014)
Eh sì, credevo di averla scampata bella, e che sarebbe stato sufficiente parlare del recente comeback dei Battleaxe per chiudere il cerchio intorno a questa band… e invece mi sbagliavo. Con tempismo assoluto, la SPV/Steamhammer ha deciso di ristampare proprio il disco dei britannici che erigevo come pietra di paragone nella recensione di “Heavy Metal Sanctuary”, quindi… era possibile non parlarne? Assolutamente no! La fine dell’anno è in genere periodo di ristampe a più non posso, e questo “Power From The Universe” rientra appieno nella categoria, essendo il disco con cui i Battleaxe si sono imposti sulle scene nel lontano 1984; secondo capitolo della loro discografia, viene ora riproposto in occasione del trentennale, insieme a ben quattro bonus tracks esclusive, registrate all’epoca negli studi della mitica Neat Records. Che dire, per chi non lo conosca già? “Power From The Universe” è espressione di un heavy sanguigno e marcatamente “europeo”, uno degli ultimi figli della NWOBHM con un occhio alle sonorità rocciose di Accept e Judas Priest, e un’attitudine stradaiola e quadrata mutuata dai maestri AC/DC. L’opener “Chopper Attack” (qui corredata di un’intro leggermente remixata rispetto all’originale) è l’esempio tipico del sound dei Battleaxe, con la sua carica anthemica convogliata sia dal riffing deciso di Steve Hardy che dalle vocals taglienti di Dave King. Dopo un inizio sul classico, è ancora tempo di anthems con “Metal Rock” e “Licence to Rock”, in cui sono evidenti le influenze degli AC/DC anni ‘80 (quelli più vicini al metal, a loro volta), un’eredità che non manca di riaffiorare anche sulla successiva “Shout It Out”. Come dire… essere convincenti attraverso i titoli non è certo un problema per la band, che con “Fortune Lady” si muove su coordinate vicine ai connazionali Saxon, per poi approdare sui lidi più propriamente metal con la title track, caratterizzata da un incedere speed che lascia spazio ad una coda pomposa e roboante. E le bonus? Quattro chicche imperdibili, tra cui spiccano da una parte “Killer Woman”, ancor più legata alla scena NWOBHM e con un approccio “in your face” che ricorda quanto di buono fatto da Venom e Diamond Head in quegli anni (il riff ricorda da vicino quello di “Live Like An Angel, Die Like A Devil”), e dall’altra “My Love’s on Fire”, con suggestioni più vicine al suono a stelle e strisce di Kiss e Van Halen, che fa il paio con quella “Make it in America” già inclusa nella tracklist originale. Consigli per gli acquisti: un disco che è sicuramente un regalo gradito per un defender per cui, se non avete già provveduto diversamente… intanto, con il vostro permesso torno a metter su “Chopper Attack” e “Killer Woman”!
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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