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Reviews - BaseMents
:: BaseMents - Brucio Spento - (Alka Record Label - 2015)
Neanche troppi giorni fa conversavo con il buon Abate della peculiarità che le voci italiane avrebbero rispetto ai variegati stili del panorama internazionale. O meglio, di quanto la timbrica del Bel Paese, sinora asservita al solo pop, abbia iniziato da tempo a far capolino in vari settori della musica cosiddetta “alternativa”: non solo in campo metal, ma anche altri generi in cui l’essenzialità e il minimalismo erano sinora stati gli imperativi categorici persino in campo vocale. Capita così di ascoltare “Brucio Spento”, secondo EP dei romagnoli BaseMents (il primo in italiano, dopo il debut in inglese “Mirror”), e valutarne in prima battuta lo stile vocale melodico ed evocativo, persino a fronte di un sostrato musicale interessantissimo e variegato, sorta di “lattepiù” della passione smodata di certi indie rockers per i tempi spezzati. Dicevo delle vocals di Andrea Zanni… immaginate l’indimenticato Miro Sassolini, singer dei primi tre dischi dei Diaframma, e smacchiate la sua timbrica di quel barocchismo un po’ da spalline larghe che informava di sé i lavori della band fiorentina: avrete così un’idea dello stile dei BaseMents, almeno sul fronte delle loro linee vocali sospese tra l’indie e la ricerca melodica, sebbene (come già detto) la band sia anche altro. L’esplosivo potenziale ritmico del quartetto emerge infatti in ognuna delle tracce qui incluse, in particolare nell’opener “Fuoco d’artificio”, in cui la poetica della band è dispiegata quasi interamente, con le immagini ricorrenti del sole e del fuoco che danno seguito all’ossimoro insito nel nome del disco. È poi la volta di “Istriona”, una track dal tiro più diretto sottolineato dai cori e da una sorta di livore vellutato della sezione strumentale, la stessa che tende a riesplodere sul singolo “La fine di niente” (sorta di miscela tra il Ruggeri anni ‘80 e l’alternative pop dei ‘90, Placebo in testa) e soprattutto su “Karmikal”, la mia preferita, con intrecci di chitarre tra tonalità minori e maggiori che guidano un episodio multiforme fino alla coda di sicuro effetto, vagamente reminiscente dei migliori Marlene Kuntz. Tirando le somme, possiamo affermare come i Basements siano riusciti a condensare in meno di venti minuti tutto il loro potenziale, che ora è tempo di affinare, smussare e direzionare in maniera compatta su un full length, magari dando più spazio ai cori e conferendo maggiore armonicità all’alternanza tra i ritmi più incalzanti e quelli più lineari. Penso proprio che ne vedremo delle belle…
Voto: 7,5/10
Francesco Faniello

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