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Reviews - Barren Earth
:: Barren Earth - The Devil’s Resolve - (Peaceville - 2012)
Altro bel colpo per la Peaceville, dopo il comeback degli statunitensi Autopsy. I finlandesi Barren Earth sono quello che un tempo si sarebbe definito “supergruppo”, con transfughi degli Amorphis e altri illustri connazionali, e con la preziosa partecipazione di Sami Yli-Sirniö dei Kreator alla chitarra solista. Per quanto posso dirvi, la definizione sta stretta a me come immagino stia stretta anche alla band, ma vorrei qui ricordare come, in tempi ormai andati, un illustre terzetto britannico vide cadere sulla propria testa lo stesso marchio, per via della provenienze di due dei suoi membri da King Crimson e dagli Atomic Rooster. Si trattava degli Emerson, Lake & Palmer, e il resto è storia. Prolisso cappelletto a supporto di una tesi: preferisco i Barren Earth agli Amorphis, e tifo fortemente per loro. Sarà per la capacità di condensare in soli otto brani tutta quella che deve essere la magia dei Mille Laghi, sarà per il fatto che nel loro sound si incontrano, in parti uguali e perfettamente speculari, prog, folk e death, senza che la band appaia neanche per un attimo pacchiana e persa in arzigogolate partiture, o nebbie atmosferiche. “The Devil’s Resolve” è il secondo full-length dei Barren Earth, e la stessa band lo descrive come un viaggio attraverso paesaggi musicali caratterizzati dalle classiche sonorità estreme di fattura nordeuropea, sapientemente miscelate ad atmosfere settantiane per mezzo di frequenti richiami alla gloriosa scena folk finlandese. Persino nelle tracks di maggiore impatto come “Passing of the crimson shadows”, “Vintage warlords” e “Oriental pyre”, non si può negare l’importanza di un membro come Kasper Mårtenson, tastierista in grado di scegliere camaleonticamente l’ambiente sonoro più adatto di volta in volta, conferendo vellutata modernità alle sue partiture o pescando dai meandri del tempo sonorità antiche provenienti dai decenni passati. Ecco il significato dell’evoluzione: se per i rozzi ascoltatori di una ventina di anni fa “Black winter day” degli Amorphis rappresentava una delle punte di maggiore vicinanza alle immaginarie sonorità retrò, ora il testimone passa a “The rains begin” e “As it is written”. La prima, di cui è stato appena realizzato il videoclip, caratterizzata da una superba scelta di doppie voci, a cui si sostituisce il growl nel momento più adatto, e in generale dotata di un forte appeal seventies; la seconda, che riprende la lezione dei migliori Skyclad, con un suono decisamente più accattivante rispetto al combo di Martin Walkyer, per via di una linea vocale pulita mutuata da altri illustri albionici, gli Anathema, e anche grazie a preziosi emersonismi nelle parti di pianoforte. “White fields” può ricordare, sia nell’incedere a tempo spezzato, sia nell’alternanza di clean e growling vocals, i nostrani Glacial Fear, una di quelle bands che avrebbe tanto da dare alla scena internazionale se avesse la possibilità di affacciarsi al grande mercato. In definitiva, il profilo di Vincent Cavanagh appare più volte nel corso dell’album, per lasciare spazio alle claustrofobiche atmosfere di “The Dead Exiles” in un’ideale chiusura del cerchio in cui i Barren Earth tornano a premere sull’acceleratore, non mancando di spiazzare piacevolmente l’ascoltatore e firmare così uno dei migliori album che negli ultimi anni abbia visto la luce a ridosso del Circolo Polare Artico.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

Contact:
www.barrenearth.com
www.myspace.com/officialbarrenearth
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