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Reviews - Avatarium
:: Avatarium - All I Want - (Nuclear Blast - 2014)
Premessa doverosa: questa storia degli EP sta diventando grottesca. È pur vero che siamo in tempi di ristrettezze e che viviamo anche un ritorno ad esigenze di immediatezza pari solo al proliferare dei 45 giri nei primi anni ‘60, ma qui mi sembra che si esageri: band blasonate e composte da personaggi di tutto rispetto che sfornano singoli neanche fossero progetti in perenni ristrettezze economiche. Aperta e chiusa parentesi, passiamo all’argomento della presente dissertazione: gli Avatarium! Che dire… dopo un esordio del calibro dell’album del 2013 non era di certo facile ripetersi, ma i nostri nuovi eroi scandinavi sembra proprio che ci stiano riuscendo! Devo ribadire che nel loro caso mi sarei aspettato un comeback sulla lunga distanza, ma è chiaro che di questi tempi si deve anche essere di bocca buona, e quindi non dimentico che la band guidata da Leif Edling ha esordito proprio con un EP (“Moonhorse”, uscito poco prima dell’album omonimo) prima del convincentissimo full-length, per cui registro la mossa di “All I Want” come normale prassi e attendo fiducioso, per ora. E come potrei fare altrimenti? La title-track colpisce nel segno (e qui gli affezionati avranno già provveduto ad ascoltarla sul Tubo) con il suo incedere pomposo sorretto dall’organo, dai licks blackmoreiani in slide di Marcus Jidell e dall’evocativa timbrica di Jennie-Ann Smith, sufficientemente miscelata con sapienti striature pop da poter essere fruibile all’infinito. Certo è che la differenza la fa un certo mood sperimentale che allarga le maglie della forma canzone per precipitare gli Avatarium nel pozzo magico degli anni ‘60, grazie anche alla presenza di un ospite di eccezione come Michael Blair, già percussionista di Tom Waits e Lou Reed. A proposito di pozzi magici, è il secondo inedito “Deep Well” a stupire, proprio come Edling e soci sanno fare: un grande pezzo in cui troviamo la liricità dei Whitesnake, la magia dei Rainbow il kraut-rock dei primi Scorpions e il soul più profondo prestato al doom metal nordeuropeo (con tanta, tanta attenzione alla melodia) in un effetto inedito per la band e per il concetto stesso di recupero di determinate sonorità in chiave moderna. A completare il quadro ci pensano i tre estratti dal vivo, conditi da sagaci arrangiamenti che lasciano inaspettatamente spazio a più di un margine di improvvisazione, dilatando e allungando lì dove la dimensione live lo consente – anche in omaggio ad una tradizione che non si ferma di certo ai Candlemass (per citare solo la gloriosa band “madre” del mastermind) ma guarda ad un retaggio amplissimo e di tutto rispetto, affrontandolo con maestria. Se a dominare “Pandora’s Egg” sono le vocals di Jennie-Ann Smith e le tastiere di Carl Westholm, è la chitarra di Jidell ad arricchire “Tides of Telepathy” e “Bird Of Prey”, citando elegantemente Hendrix nella prima e creando un tappeto di gran lusso sulla seconda. Che i facili parallelismi con il retaggio prettamente metal dei componenti fossero superati, era ormai chiaro; ora attendiamo soltanto un secondo album degno del nome degli Avatarium per allietare il 2015…
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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:: Avatarium - Avatarium - (Nuclear Blast - 2013)
La storia è di quelle esilaranti. Evidentemente dovevo aver richiesto questo cd alla Nuke per un qualche motivo che mi appariva ignoto o che non ricordavo, ma quando l’ho ricevuto mi sono chiesto: e questi chi sono? Non avevo la minima idea di cosa ci facesse questa band dal monicker oscuro e dalla grafica essenziale nella mia pagina iPool e sulle prime ho iniziato a pensare ad una svista o ad un’operazione “virale” da parte dell’etichetta teutonica. Poco male… premo play ed è una botta. Cazzo che botta. Un sound compatto, lisergico eppure familiare, in cui si insinua una voce femminile dal sapore celtico, misterioso; il mistero si infittisce e mi chiedo ancora quale razza di combinazione mi abbia portato a ricevere una band collocata tra Blackmore’s Night e il doom di egida sabbathiana. Poi capisco, immediatamente. La classe non è acqua, e nulla si crea né si distrugge, per citare i più illustri pensatori ellenici. Ebbene, gli Avatarium non sono altro che il progetto di Leif Edling dei Candlemass. Sarò un sentimentale, ma l’opener “Moonhorse” tocca davvero le corde dei recessi più profondi, pregna com’è di quell’oscurità tipicamente scandinava mitigata appena da una linea vocale sognante ed evocativa. In sostanza, un po’ di quelle sonorità di matrice tipicamente britannica che sono la base di grandi melodie, con un amarcord di quel sound a cavallo tra ’60 e ’70 già sistematizzato da gente come i Black Mountain. Tuttavia, gli Avatarium non sono solo l’incontro estemporaneo tra una bella voce e uno tra i più importanti compositori nella scena metal europea: se siete stati un bel po’ di tempo a chiedervi come fare a non sentire la mancanza di Messiah Marcolin nei Candlemass, va da sé che Jennie-Ann Smith non è certo la risposta, ma è quanto ci si avvicina di più in termini qualitativi e di feeling. Una singer in grado di sfoderare insospettabili timbriche oscure sin dal secondo brano “Pandoras Egg”, e di padroneggiare così sia le sezioni più pacate che quelle in cui la band cala l’asso di grandi riff di chiara derivazione doom europea. La title track “Avatarium” ricorda un po’ le atmosfere dell’omonimo album dei Candlemass del 2005, con in più la vena progressive apportata dal chitarrista Marcus Jidell (Evergrey, Royal Hunt) e le ritmiche precise e quadrate di Lars Sköld, l’uomo che dà il tempo ai dischi dei Tiamat. Sarebbe già abbastanza per gridare al miracolo, ma le sorprese non finiscono qui: verso la fine della tracklist gli Avatarium sfoderano un trittico da manuale che è il motivo stesso dell’inclusione di questo disco nella mia playlist personale. Si comincia da una potenziale hit come “Bird Of Prey”, lenta e costruita sull’alternanza riff/arpeggi, si passa per un piccolo classico del doom come “Tides Of Telepathy”, una song in grado di spaziare dalle atmosfere dei Black Sabbath era Martin (complice una Jennie-Ann Smith davvero ispirata) alla psichedelia sessantiana, fino a tornare su coordinate celtiche con “Lady In The Lamp”, ben retta dalle tastiere di Carl Westholm e impreziosita da inserti chitarristici degni della migliore scuola Rainbow. Non c’è molto altro da aggiungere: “Avatarium” è uno dei dischi del 2013, giunto com’è proprio a fine anno; l’unica speranza è continuare a sentir parlare a lungo di loro…
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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:: Avatarium - The Girl With The Raven Mask - (Nuclear Blast - 2015)
Vi dirò: se è vero (come è vero) che a volte capita di presagire un verdetto negativo all’approccio a un qualsivoglia disco per poi azzeccare inesorabilmente la previsione, capita anche di leccarsi i baffi in anticipo all’annuncio di un altrettanto qualsivoglia full length ed essere nel giusto, soddisfatti come da copione. Come dite? Non ho scoperto nulla di nuovo? Può darsi, ma è sicuramente meglio così: la conferma di aspettative alte o basse è sicuramente migliore di una cocente delusione laddove l’attesa messianica (o quasi…) era spasmodica, anche se il fattore sorpresa va cordialmente a farsi benedire. Dunque, tutto come previsto per “The Girl With The Raven Mask”: gli Avatarium tirano fuori un altro discone, che ha forse come “solito” difetto quello di portare avanti una formula azzeccata ma che non inventa molto di nuovo, essendo legata a doppia mandata a certo doom europeo con contaminazioni sostanzialmente affini, tra cui vanno annoverati i vari contributi di metal “al femminile” (senza comunque mai scadere nelle tinte violacee del gothic). A patto però di dimenticarci per un attimo che negli Avatarium milita esattamente colui che ha forgiato e reso immortale quel filone, un “certo” Leif Edling: sapendo che è lui a tirare le fila, ogni tassello va al suo posto, anche se è innegabile che gli Avatarium inizino progressivamente a vivere “di vita propria” e a liberarsi dal pesante fardello che rappresenta l’eredità di un nome del calibro dei Candlemass. Una lunga premessa che gira intorno al punto, lo ammetto… ma mi preme sia chiaro sin dall’inizio che “The Girl With The Raven Mask” è un disco di un certo livello, di quelli che solo gli eletti possono comporre e suonare; con questo non voglio per forza unirmi al coro entusiastico evocato dalla Nuke, che ha definito la band leggendaria sin dal suo concepimento, voglio solo constatare come Edling e Jidell i meriti se li siano ancora una volta conquistati sul campo, riuscendo a vincere e convincere anche con questo nuovo lotto di songs. Otto, per la precisione, con una durata media che spinge ognuna di esse verso la semisuite (eccezion fatta per la opening track), ma anche questa non è una novità. Eppure… il vero elemento di rottura, seppur parziale, con il passato prossimo e remoto è la sempre maggiore importanza della componente femminile negli Avatarium: non parlo della splendida voce di Jennie-Ann Smith, ma del progressivo e già citato inserimento di elementi tipicamente “femminili” nella formula della band, quali un certo gusto evocativo vicino al folk, e un’interpretazione molto delicata degli elementi tendenti al prog presenti in “The Girl With The Raven Mask”. Un titolo che sembra tratto direttamente da un film di Hitchcock, e il fatto che mi faccia pensare a “La donna che visse due volte” non fa che acuire i miei sospetti, anche se gli stessi sono temporaneamente sopiti dalla title track post in apertura, che richiama in parti uguali i Candlemass dell’era Lowe e il precedente singolo della band, “All I Want”. Sin da “The January Sea” è una certa teatralità reminiscente di vari episodi di matrice Garbage/Bjork ad emergere, con un senso di sospensione eterea tipicamente settantiana e caro ai primi Pink Floyd. Da Waters e soci i nostri mutuano persino gli effetti di chitarra e la passione per gli inserti acustici, che nel caso di “Hypnotized” ricordano un po’ una versione più evanescente di “Moonhorse” (opening track del primo full length degli Avatarium). I richiami ai Portishead che affiorano nella vocalità dell’incipit di “Ghostlight” sono presto ridimensionati da una track oscura che si fregia di un break tipicamente malmsteeniano (siamo pur sempre in Svezia, non dimentichiamolo) che sembra fare da apripista al flavour Rainbow di “Run Killer Run”. È con le due tracce poste in chiusura che la band torna (apparentemente) alle origini: “Iron Mule” inizia cupa, per poi tuffarsi in un mare di psichedelia, mentre “The Master Thief” esibisce la vera e propria quota di vintage doom del disco, senza dimenticare un aplomb che è frutto di tutti i nuovi elementi ampiamente citati sinora. Vi dirò: la nuova veste degli Avatarium non mi dispiace, esattamente nello stesso modo in cui non mi dispiacciono le varie evoluzioni intraprese in passato da un gruppo come i Rainbow: cambiavano gli elementi di contorno del sound (e anche i componenti, nel loro caso) ma il tocco di Blackmore restava lì, immutato. Per gli amanti del classico marchio di fabbrica c’erano sempre i Deep Purple… e a questo proposito, sembra proprio che stiamo per assistere al nuovo comeback dei Candlemass. Sarà questo il vero motivo di un progressivo distacco degli Avatarium dal sound primigenio? Probabile… in ogni caso, buon ascolto!
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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