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Reviews - At The Gates
:: At The Gates - At War With Reality - (Century Media - 2014)
Annunciati, intercettati dal vivo, attesissimi, e ora finalmente con un nuovo disco all’attivo: è fatta, anche gli At The Gates sono di nuovo tra noi. Chissà che dietro il titolo dal sapore vagamente reminiscente dei fasti dei Venom non si nasconda una vera e propria dichiarazione di intenti, un punto di vista che mira a capovolgere l’ovvio adagio per cui una band che torni a calcare le scene dopo uno iato così lungo lo faccia solo con la speranza di vivere sulle rendite del passato. Spazziamo via ogni dubbio: gli At The Gates non sono qui per riprendersi due briciole di successo, e la conferma sta proprio in “At War With Reality”. Se riuscirete a vincere la naturale diffidenza con cui è giusto approcciarsi a qualsivoglia reunion, scoprirete con piacere che il quintetto ha tirato fuori un disco davvero notevole, perfetto per il 2014 e sequel naturale del blasonatissimo predecessore, quello “Slaughter Of The Soul” uscito ben diciannove anni orsono. Certo, il punto di forza di ogni comeback “credibile” è proprio la capacità di far vivere un disco nuovo di vita propria, senza che questo appaia come debitore nei confronti della discografia storica, fermo restando l’intento di ricalcare una formula ben rodata senza snaturarla. Ecco, “At War With Reality” è proprio così: magari non inventa nulla di nuovo, ma lo fa dannatamente bene, e soprattutto gioca su un brevetto che è di quasi esclusiva proprietà di Lindberg e soci. Se è vero che nel derby tutto svedese tra il sound di Stoccolma e quello di Gothenburg io ho sempre parteggiato per il primo (complice il pregevole operato degli Entombed di Nicke Andersson), agli At The Gates va riconosciuto più di un merito storico nell’essere riusciti ad incarnare il connubio tutto scandinavo tra la furia del death metal e i barocchismi propri dell’heavy classico, senza dimenticare una buona dose di tradizione autoctona che sarà esaltata da band come gli In Flames. Detto a modo mio, concettualmente la band mi ha sempre attirato (provateci, a non essere attratti da una track come “Blinded By Fear”…), anche se non li ho mai amati alla follia: succede, e il motivo è poco razionale… ha a che fare con alchimie poco conoscibili ma che forse risiedono in parte nel loro strizzare l’occhiolino a suggestioni black, “vizietto” in comune con i cuginetti Dissection. Certo è che di acqua sotto i ponti ne è passata, ma la cosa importante è che coloro che avevano contribuito a forgiare il Gothenburg sound non sono mai rimasti con le mani in mano, dedicandosi a progetti del calibro di The Haunted e Disfear e arricchendo così, inevitabilmente, il già traboccante e rodato paniere di estro compositivo. Ecco perché, in un’ideale “seconda possibilità”, gli At The Gates mi convincono ancor più che in passato, in un processo simile a quanto già avvenuto per “Surgical Steel” dei Carcass – fatte le dovute differenze, di blasone e di affettività! Sì, ma il disco? Se vi dico che è bello, è bello… i sostenitori della band sicuramente non troveranno nulla da ridire, e se proprio devo trovare un pelo nell’uovo punterei il dito sull’eccessiva durata, con ben tredici tracks che si estendono per circa tre quarti d’ora e che conferiscono una lieve sensazione di “troppa carne al fuoco”. Tuttavia, si tratta di dettagli che non intaccano più di tanto il valore di un bel disco esente da quella ricerca spasmodica del passaggio “catchy” a tutti i costi, anche a scapito della coerenza stilistica. Posso aggiungere che le aspettative di un rifferama a mulinello sono ben confermate da “Death And The Labyrinth”, che la title track vi ucciderà, e che tra i punti degni di nota figurano di sicuro il mood epico/malinconico di “The Circular Ruins” e le orchestrazioni di “Heroes And Tombs”, “Order From Chaos” e della strumentale “City Of Mirrors”, che fa da preludio ad “Eater Of Gods”, forse l’episodio con più richiami al passato. La mia preferita? “The Conspiracy Of The Blind”, ovviamente, con il suo compendio di riff serrati e attenzione tipicamente scandinava all’atmosfera. Ecco, una cosa che troverete a profusione in “At War With Reality” è il tratteggio a tinte oscure, la ferrea adesione agli accordi in minore, la risoluzione impeccabilmente plumbea e densa di pessimismo tipicamente baltico. Gustatevelo poco a poco, non capita così spesso di sedersi alla tavola dei Maestri…
Voto: 8,5/10
Francesco Faniello

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