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Reviews - Arcana 13
:: Arcana 13 - Black Death - (Aural Music - 2020)
Grazie a un riff introduttivo che più sabbathiano non si può (mancavano solo i rintocchi delle campane), i ravennati Arcana 13 ci fanno rituffare direttamente nel 1970 con l’esordio di zio Ozzy e soci. La sofisticazione del male, l’orrore, quello più introspettivo, che si fa musica, la proporzione onirica fascinosa del dolore, fanno di questo EP “Black Death” una release di ottima fattura seppur di breve durata. La titletrack ci porta nel limbo delle emozioni nere con un doom made in USA e un cantato che sa di terra d’Albione, attraverso un equilibrio strumentale e di produzione di elevata squisitezza. L’incedere della sua forma canzone rincorre la verità di una morte sospirata, quasi sussurrata, nell’immaginario di un film horror palesemente lento e pesante (mi ricorda molto il film “The Nest – Il Nido”, clamorosamente stupendo). I riff di “Black Death” sono sequenze sulfuree dove le immagini vedo-non-vedo si preferiscono a scene splatter, e dove alla fine, grazie a un’accelerazione musicale-visiva, l’assassino si erge nella sua maestosità di un omicidio, o per vendetta o semplicemente per godere di quella porzione fascinosa del male. Se son rose… anzi no, se sono tenebre sorgeranno da un nuovo album di questa band che ci delizia anche con una cover dei Maiden, “Wrathchild” dell’immenso album “Killers” (Paul DiAnno maestoso e metal fino al midollo, altro che…). L’esecuzione è originale in quanto i quattro ne rallentano i ritmi in una sorta di semi-doom “dolce” con la voce quasi calda, infinitamente Arcana 13.
Voto: 8/10
Daniele Mugnai

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:: Arcana 13 - Danza Macabra - (Aural Music - 2016)
Vantandosi (giustamente) di avere come cover del proprio disco un dipinto di Enzo Sciotti (ovvero l’autore delle locandine di alcuni film girati da registi come Fulci, Argento, Raimi e Bava), gli italianissimi Arcana 13 non fanno così mistero della proprio origine concettuale, così come nella musica proposta, ovvero il meglio delle atmosfere più crepuscolari ed oscure del rock anni ‘70, che insieme a quest’immagine “tradizionale” dell’horror riesce quindi a creare un connubio molto efficace e particolare. Dal punto di vista tecnico, i musicisti del gruppo riescono a rivelare di possedere un livello di padronanza strumentale e musicale davvero elevato che non scade mai nei tecnicismi fini a sé stessi e resta sempre in linea col feeling del brano, come confermato dalla biografia, che infatti parla di sostanziose esperienze personali di ogni membro nell’ambito di certi modi di intendere la musica che vanno dallo sludge al death allo stoner. Nota a parte merita la presenza di due vocalist che si armonizzano fra di loro in maniera molto particolare e convincente. Il livello qualitativo dei suoni è anch’esso elevato ma, secondo me, al tempo stesso anche adatto al tipo di sound: il disco sembra suonare come se fosse stato prodotto all’inizio degli anni ‘80, ma decisamente più potente e pulito.
La durata media dei pezzi varia intorno ai 6 minuti circa, quindi abbastanza “compressi” rispetto alla media di progetti con tali ambizioni. Come se non bastasse, ogni traccia dell’album è ispirata, anche liberamente, a un capolavoro classico della cinematografia del terrore, mentre al tema di Suspiria i nostri dedicano addirittura una loro rivisitazione abbastanza originale per quanto fedele. Tra i brani secondo me più emblematici del disco abbiamo senza dubbio l’opener “Dread Ritual”, oscura e maledetta soundtrack da rogo inquisitorio misto ad “inequivocabili” campionamenti tratti da pellicole famose, come fatto peraltro anche in altre tracce; la titletrack, magistralmente tributaria tanto ai Goblin quanto ai Black Sabbath, perfetta song da danza crepuscolare, piena infatti sia di romanticismo “solare” che “notturno”; “Oblivion Mushrooms”, che già dal titolo lascia capire quali saranno le atmosfere del pezzo, cioè quelle di una lenta camminata stoner attraverso un deserto più metaforico che reale, con arpeggi, giri di basso e linee vocali che descrivono un cielo minaccioso che incombe sempre su tutta la scena, come a voler scacciare anche solo l’idea di un lieto fine; la minacciosa quanto stupendamente melodica “Blackmaster”, tremendamente retrò col suo stile ritmico-melodico alla Pentagram; infine, “The Holy Cult of Suicide”, una scampagnata pulp nei luoghi dove visse la Family, con atmosfere di lucida follia e delirio mutuate dallo stoner più “deciso”.
Dopo il numero di ascolti necessario per poter dare un giudizio abbastanza completo, direi quindi che ci troviamo di fronte ad un disco davvero ben congegnato, molto ben suonato, composto e prodotto, indiscutibilmente classico, ma che presenta comunque una propria originalità, nonostante la ormai proverbialmente consolidata cultura “universale” di questo tipo di sound, in cui tutto sembra sia già stato fatto, almeno fino a quando qualcuno non prova il contrario.
Voto: 8,5/10
Wolvie

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