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Reviews - Arabs In Aspic
:: Arabs In Aspic - Picture In A Dream - (Black Widow Records – 2013)
Gli Arabs In Aspic tornano sulle scene dopo un’assenza di cerca tre anni dalla pubblicazione di Strange Frame of Mind, album che aveva garantito agli scandinavi una certa notorietà dalle nostre parti. I norvegesi non sono un gruppo particolarmente prolifico, tre album e un Ep prodotti in nove anni, ma, vivaddio, la qualità intrinseche delle loro uscite ripagano per l’attesa. Degni eredi della scena progressiva scandiva, gli AIA, se da un lato riprendono la lezione di Aardvak, Wigwam, Anekdoten e Anglagard, dall’altro non sono immuni al fascino di certo hard rock di matrice Deep Purple e Black Sabbath. Un bel salto nel passato, che però non risulta una sbiadita copia da quanto fatto da altri, ma possiede una certa freschezza. A titolo d’esempio citerei l’iniziale “Rejected Wasteland / Pictures in a Dream” dalle vocals vagamente Soundgarden o “You Are Blind”, brano cangiante, con inizio quasi folk e un finale con rimandi ai Mars Volta. “Let U.S Pray” è più tradizionalmente hard progressive, con imponente inizio di matrice Black Sabbath, così come lo sono “Hard To Find” e “Difference In Time” (in queste ultime due sono i Purple a fare capolino). Non mancano neanche i pezzi in lingua originale, le impronunciabili “Ta Et Steg Til Siden” e “Vi Møtes Sikkert Igjen”. Il finale è più rilassato con la bucolica “Prevail To Fail” e la versione acustica della title track. A far compagnia al quartetto composto da Jostein Smeby (guitars, vocals), Stig A. Jørgensen (hammond, piano, synth, vocals), Erik Paulsen (Bass, fretless bass, vocals) e Eskil Nyhus (drums, percussion), troviamo Rune Sundby, dei leggendari Ruphus, alle voci. Ad impreziosire maggiormente un’uscita di per sé valida, la splendida copertina disegnata da Julia Proszowaks Lund, vero gioiellino che sicuramente nella versione limitata in vinile (colorato o meno) troverà la giusta valorizzazione. Se siete dei nostalgici, ma non troppo, con un piede nel passato e uno nel presente, questo album vi regalerà non poche emozioni.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

Contact
www.arabsinaspic.org
www.blackwidow.it
:: Arabs In Aspic - Victim of Your Father’s Agony - (Black Widow - 2015)
Avevamo lasciato qualche anno fa i norvegesi Arabs In Aspic alle prese con Pictures in a Dream, un album bello, che aveva dimostrato come la scena prog scandinava, una delle più originali e prolifiche di sempre, fosse ancora viva e valida. Victim of Your Father’s Agony non stravolge questa mia convinzione, ma la rafforza. Non distante stilisticamente dal suo predecessore, siffatta fatica del 2015 dimostra ancora tutta la versatilità dei norvegesi, capaci di muoversi con disinvoltura tra prog, hard rock e psichedelia. I nomi sono i soliti, Pink Floyd, Deep Purple, Black Sabbath, distillati in dosi appropriate e rimescolati in modo sapiente, riuscendo ad ottenere così un risultato finale che va oltre la somma delle singole parti. Certo, Victim of Your Father’s Agony non è un disco originale, come i suoi predecessori, anche perché non credo che fosse questa l’intenzione dei suoi autori. Ma nel suo essere ricco di riferimenti appare comunque fresco ed avvincente. Noi progster pubblicamente innalziamo il vessillo dell’innovazione sonora; in privato, però, amiamo rifugiarsi in pezzi ricchi di richiami come l’iniziale “You Can Prove Them Wrong”, più comodi della sabbia della lettiga del più pigro dei gatti domestici. I rifermenti, non celati, ai Purple del compianto Lord, ci fanno saltare sulla sedia e godere come ricci. Però, il bello di questi arabi di Norvegia sta nella versatilità, nel loro sparigliare le carte, nel sapersi rifugiare nelle pieghe della storia del rock, così si passa al pop psichedelico in salsa Zombie di Sad Without You, ai barocchismi eleganti purpleiani/uriaheepiani di “One”. Mi piace pensare che “The Turk and the Italian Restaurant” sia un tributo zappiano al nostro Paese, che da qualche anno è la sede della loro casa discografica. Il disco va avanti così, con il piedino che porta il tempo ed esaltazioni da nerd musicofilo, sino alla conclusiva e stupenda titletrack, che farebbe impazzire ogni fan dei Pink Floyd dell’età di mezzo. Un album in cui tutto funziona al meglio, perché è il frutto dell’amore viscerale per un certo tipo di musica, e non il maldestro salto dell’ultimo arrivato sul carrozzone dell’odierno successo del retrò rock. Un disco per chi è vittima della maestria dei Padri del Rock.
Voto: 8/10
g.f.cassatella

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