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Reviews - Appice
:: Appice - Sinister - (Steamhammer/SPV - 2017)
I due fratelli Appice finalmente insieme, attorniati da un cerchio di illustrissime glorie del passato in un lavoro celebrativo della batteria come strumento. Va beh, ma pure io... cosa potevo mai aspettarmi da un disco simile? Ovvio, esistevano precedenti illustri, pur guidati da un singolo batterista (e non due, come in questo caso): “The Drums Are Back” del compianto Cozy Powell, che fornì più di un’ispirazione a “Back To The Light” di Brian May, e “Ward One: Along The Way” di Bill Ward, celebre più che altro per l’ospitata di Ozzy Osbourne nel pacchianissimo videoclip promozionale. Ma è anche vero che erano altri tempi, erano i primi anni ’90, la visione del mondo sprigionava ottimismo, i muri cadevano e chi più ne ha più ne metta; anche per questo, riascoltare quelle note oggi conferisce un piacevole amarcord, leggermente velato da una nota di malinconia... a meno che non siate tra quelli che bollano tutto come coatto, e allora di che parliamo? Ma stiamo divagando... il fatto incontrovertibile è che i fratelli Carmine e Vinnie siano vere e proprie leggende viventi della batteria (e del rock, per estensione) e che abbiano marchiato a fuoco dischi entrati nella leggenda dell’hard’n’heavy nelle diverse generazioni a cui appartengono – “Reinassance”, “Restrictions”, “Mob Rules” e “Holy Diver”, tanto per fare alcuni nomi, ma è anche vero che il buon Carmine ha una carriera come turnista che lo ha portato anche alla corte di Ozzy. Ed è già la seconda volta che cito il Madman, oggi: sarà un caso? Comunque sia, a parte tutto “Sinister” appare come il classico disco autocelebrativo con quattro amici a fare da corollario, e perciò fruibile sostanzialmente dai cosiddetti “addetti ai lavori”, tra cui vanno annoverati i fans sfegatati dei due fratellini (meglio se con qualche rudimento dello strumento) e magari gli estimatori di Paul Shortino (Rough Cutt e Quiet Riot nel suo curriculum), che presta la voce a più di un pezzo su questo disco, in compagnia del buon Robin McAuley e dello stesso Carmine Appice, tra gli altri. Non cito Craig Goldie, perché la sua presenza alla sei corde non ha lo stesso spessore che ci si attenderebbe da chi ha suonato su dischi del calibro di “Dream Evil”, per cui annovero anche questa tra le occasioni mancate di quest’album. In sostanza, questo resta un disco rivolto ai die hard fans, e non so perché ma mi sarei aspettato più maestria compositiva in un album che vede dietro le pelli uno come Vinnie Appice, che ha suonato per Black Sabbath, Heaven And Hell, ma anche con Hollywood Monsters e con i nostrani Martiria. Certo, non da lui ma da chi compone per lui, e invece... la title-track è quell’opener che non sai se sia post/grunge o rock americano dell’ennesima decade; un po’ di oscurità qua e là c’è (è il caso di “Danger”), ma prevale l’hard rock, come su “Riot”, un episodio che ha il suo picco nel bridge d’acciaio che spazza via il southern/hard/pomp rock della strofa. Alla fine, è “Drum wars” l’unica traccia davvero memorabile: simpatica, funambolica e un po’ autoironica (come è giusto che sia) mentre “Sabbath mash” lascia l’amaro in bocca, per scelta dei pezzi (tutti tratti da “Paranoid”, quando il fratellino minore è stato l’orologio della corte di Iommi e Dio), esecuzione (Bill Ward resta Bill Ward) e soprattutto linee vocali, qui affidate ad un Jim Crean qualunque, e chissà se il buon Carmine Appice non avrebbe potuto permettersi, se non l’originale, almeno un emulo più ipnotico che scolastico. In ultimo, magari sarò blasfemo, ma per me se devi scrivere un disco con due batterie o il risultato è “Thrak” dei King Crimson oppure non si discosta tanto dalla simpatica ammucchiata di Metallica e Diamond Head per suonare “Am I Evil?” e “Helpless” nei primi anni ’90. altri tempi, appunto...
Voto: 5/10
Francesco Faniello

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