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Reviews - Angels Of Babylon
:: Angels Of Babylon - Thundergod - (Scarlet Records - 2013)
Ci sono fenomeni musicali che riguardano l’estate, che si ripropongono d’estate, che hanno il profumo e il gusto dell’estate. Ne ero convinto da giovane ascoltatore, ne ho la certezza ora, da non più giovanissimo scribacchino. Certo è che le due percezioni non coincidono alla perfezione, poiché una volta credevo che la musica estiva fosse quella da spararsi in cassetta in viaggio per il mare (e vai con Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin, Led Zeppelin e primi Scorpions), e ora invece scopro che è la grande famiglia dei Manowar a firmare i dischi dell’estate. Dimenticate il Cantagiro, mettete finalmente a zittire i benpensanti, scrivete la Storia, cocco bello cocco fresco: con i primi caldi torna Rhino! Dopo un’annata 2012 che aveva visto uscire i nuovi Manowar e HolyHell (altro suo ex gruppo), ora tocca al secondo capitolo degli Angels of Babylon, band che vede il roboante batterista di “The Triumph of Steel” cimentarsi anche dietro il microfono, con risultati non certo mirabolanti, e tuttavia funzionali allo scopo perseguito. E il resto della line-up? Si pensi che lo statuto degli Angels of Babylon prevede addirittura due formazioni, una americana (che ha registrato il disco) e una europea (neanche a dirlo, con membri italiani!). Nata come unione tra il buon Kenny Earl e un altro ex di lusso, David Ellefson (oggi tornato in casa Megadeth e non più nella line-up), la band sciorina il proprio roccioso classic heavy metal nei 53 minuti di questo “Thundergod”, fuori per l’italiana Scarlet. E dire che la title track posta in apertura non fa ben sperare, con il ritornello completamente staccato dalla strofa, e con le tastiere volte a creare atmosfere pompose nel break, al limite dell’hollywood metal. Fortunatamente, a riportare il tutto sui binari ci pensa “Sondrio” (sì, avete letto bene…), sentito tributo di Rhino alle atmosfere della cittadina valtellinese scaturito dalla partecipazione degli Angels of Babylon ad un’edizione del Memorial Ronnie James Dio che si tiene proprio nella zona. Una scelta oltremodo particolare, e chissà cosa ne direbbe Claudio Canclini di “Nessuno Schema”, da sempre foriero sulle sue columns di un approdo dei Manowar nelle terre del profondo Nord! Direi che la declinazione dell’heavy classico effettuata dalla band ricorda certo metal nordeuropeo, per via delle atmosfere oscure create, chiamando spesso in causa anche lo US metal, così come (inevitabilmente) i Manowar. Per il resto, vanno segnalate le melodie inconsuete di “White star line”, impreziosita dalla chitarra classica dell’intro, e di “Queen warrior” (che il mio mediaplayer continua ad accreditare come “Queer warrior”, curioso contrappasso per un ex Manowar…); si continua con “What have you become”, in cui la timbrica di Rhino ricorda da vicino quella di Russell Allen dei Symphony X, “Redemption”, con le sue trame sabbathiane di epoca Tony Martin, e con “The enemy”, brano cupo ma che mostra i limiti nella produzione con un fade out sin troppo frettoloso. Tralasciando episodi di heavy canonico tipo la conclusiva “Bullet”, finalmente ho capito cosa mi ricorda questo progetto: uno dei tanti dischi confezionati da Dario Mollo o Aldo Giuntini con la collaborazione di mostri sacri del calibro di Hughes o Martin. In sostanza, bei brani ma senza eccessivo spessore, né pretese: non siamo di certo di fronte al capolavoro, però è uno di quei dischi che chi ama un certo tipo di sound roccioso con tinte forti e oscure avrebbe voglia di ascoltare. D’altronde, uno dovrebbe aspettarsi qualcosa di diverso da questi vichinghi? L’estate che dicono di annunciare per ora non si è ancora vista…
Voto: 6,5/10
Francesco Faniello

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