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Reviews - Aldi dallo Spazio
:: Aldi dallo Spazio - Quasar - (Jolly Roger Records - 2019)
Con il buon Giovanni Clemente ormai rapito dal post / black di scuola francese, a quanto pare mi tocca sempre più qualche gradita incursione in territori che sono in genere di suo appannaggio, quali quelli del prog rock di annata. Eh sì, perché parliamo proprio di quello nella recensione di questo “Quasar”, disco di debutto dei ravennati Aldi dallo Spazio, inizialmente pubblicato in proprio nel 2017 e ora in ristampa all’opera dell’attivissima Jolly Roger Records. Aldi cosa? È presto detto: si tratta di un acronimo che sta per Awesome Lysergic Dream Innovation, a simboleggiare la duplice tensione del quintetto, quella verso il rock progressivo e quella verso la psichedelia. Nonostante la materia sembri appartenere ai fascicoli d’annata, il quintetto ha dalla sua l’innesto di “forze fresche” e inusuali nel proprio sound, tanto che sin dall’opener “Long Time Lover” sembra di vedere agitare i polsini troppo lunghi e larghi della coppia Schenker / Roth negli Scorpions, e la cosa la dice lunga: non solo piglio americano, non solo tradizione prog britannica, ma anche un tocco di quel contributo mitteleuropeo tipicamente obliquo che verrà poi ricordato come germe originario del kraut rock. Ne sono esempio gli stacchi, con le cavalcate che invece richiamano tanto la tradizione di casa nostra, PFM su tutti. Già: basta inserire una di quelle melodie ariose di cui siamo stati antesignani (e non dagli anni ’70!) per vedere il riflesso del sole sulle case bianche della Penisola, lontani dalle grigie suggestioni ispiratrici della scuola albionica. Come contraltare, tocca alla notturna (e interessantissima) “The Distance” riportare la lancetta su coordinate care a Gentle Giant e King Crimson (Bill Bruford deve essere una delle influenze primarie del batterista...), con in più un tocco di Motown che non fa mai male, e soprattutto con un uso sfacciato delle distorsioni, impensabile negli anni d’oro. Insomma, “forze fresche” neanche tanto moderne, ma neanche invecchiate poi così male, visto che anche un pezzo come “Little Piggy Will” si presenta con le doppie voci d’ordinanza per poi rivelare uno stacco psych che ne mette in risalto la tensione sperimentale. Soprattutto, i diciassette minuti di “Epiphany” sono un viaggio che tocca varie tappe, tra cui i KC di metà anni ’70 e un tributo neanche troppo velato ai Pink Floyd di “The Wall”, con la rullata memore del finale di “In the Flesh” che sfocia nel celebre pianto del bambino che sarebbe il preludio a “The Thin Ice”. Dopo un po’ di riflessione silenziosa, è la sempre la schitarrata floydiana (o mussidiana?) a farla da padrona, con le variazioni del caso. In definitiva, “Quasar” è un disco interessante e tutto da scoprire, soprattutto in vista di possibili nuovi capitoli di questa promettente band.
Voto: 8/10
Francesco Faniello

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