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Reviews - Al-Namrood
:: Al-Namrood - Diaji Al Joor - (Shaytan Productions - 2015)
Ecco, tra le varie regole che un recensore deve darsi per non soccombere sotto il peso degli incessanti promo che giungono sulla sua scrivania (reale o virtuale che sia) c’è quello di privilegiare i dischi usciti di recente, tralasciando quanto fatto nell’annata appena trascorsa. Ovviamente, ci sono casi in cui è obbligatorio andare in deroga, e gli Al-Namrood sono tra questi. Il nome non risulterà nuovo a molti di voi, e faccio in partenza pubblica ammenda per aver finora tralasciato questo disco (uscito nel mese di novembre del 2015): ecco, io non ho idea di cosa significhi suonare metal in Arabia Saudita, non ho idea neanche di cosa significhi registrare dischi come questo, ma dev’essere quanto di più rivoluzionario si possa fare ancora a questo mondo. Esempi affini possono essere quello dell’emergere e della sopravvivenza del rock oltrecortina, ma probabilmente è un discorso che non si avvicina nemmeno un po’ alla realtà che vive il trio saudita. Per fare un parallelo calzante, bisogna forse ricorrere a chi portava avanti certe idee all’epoca dell’Inquisizione, con in più la presenza di un apparato repressivo che ha a disposizione i mezzi più moderni. In effetti, fa un po’ strano parlare di “modernità” al cospetto di un disco come “Diaji Al Joor”, talmente legato alla tradizione della penisola arabica da far apparire anche il black metal di riferimento come un supporto di contorno, tale e tanta è la carica atmosferica evocata dal terzetto. No, non sto parlando solo di “Dhaleen” e “Alqab Ala Hajar” (rispettivamente intro e outro), bellissime e strumentali, ma anche delle altre sette tracce incluse, in cui gli strumenti tipici della tradizione mediorientale suonati da Ostron si fondono perfettamente con le chitarre di Mephisto e con le linee vocali di Humbaba, tanto da farci pensare che siano lì da sempre, ad accompagnare il metal sin dai primi vagiti. Certo, chi è avvezzo alle letture lovecraftiane non troverà nulla di strano in questa mia affermazione, ma è incredibile come determinate sonorità sembra siano nate per fare da corollario a determinati generi di musica. È pur vero che ogni volta che si suona una scala minore armonica si evoca in qualche modo una sonorità araba, ma qualcosa mi fa pensare che le radici stesse della musica siano da ricercare tra quelle sabbie… tornando agli Al-Namrood, le vocals di Humbaba potranno ricordare gli Skyforger, o anche Serj Tankian dei System Of A Down (è il caso di “Hawas Wa Thuar”) data l’affinità geografica di provenienza, ma non finisce qui: addentratevi pure nelle danze apocalittiche di “Adghan”, lasciatevi ammaliare dal violino di “Ya Le Taasatekum” e dall’incedere spettrale di “Hayat Al Khezea”, magari rispolverando le letture del Maestro di Providence, e vedrete come a questo mondo ci sia molta più tradizione e cultura di quanto il fruitore medio possa immaginare. Per quanto i Tiamat, i Samael o i primi Vader ci fossero andati vicini (e i Celtic Frost più di tutti), il trio saudita dà qui voce “di prima mano” alle storie più antiche che il mondo ricordi, lasciandoci con un interrogativo che forse non avrà mai risposta: quanto ancora potrebbero offrire queste lande lontane alla storia della musica? Siamo dinanzi al passato… o forse al futuro? Mentre vi lambiccate il cervello in attesa della risposta, ascoltate pure “Diaji Al Joor”…
Voto: 9/10
Francesco Faniello

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