:: W.A.S.P. - 24 Novembre
2004 Tenax - Firenze

Ci
sono voluti ben sette anni prima di rivedere nel miglior modo possibile,
sorvolando quindi sulle pur ottime esibizioni al G.O.M. edizioni '02 e '04,
la band guidata dall'enorme (in tutti i sensi) Blackie Lawless. Infatti
era dal 1997, anno del tanto discusso K.F.D., che i Wasp non si organizzassero
per ben tre tappe nel nostro paese. In quella di Firenze poi, è ghiotta
quindi l'occasione per verificare oltremodo il loro stato di forma, che
nonostante l'età (e mi riferisco a quella del "nero" singer) ed il graduale
mutamento in fatto di stile (niente più show grandguignoleschi), sembra
non accennare a perdere colpi, se si tiene anche conto di come l'attenzione
su di loro si manifesti sul lavoro ambizioso proposto in Neon God. Come
prevedibile, l'affluenza al Tenax risulta buona, mentre sul palco di generose
dimensioni, padroneggia la caratteristica asta microfono (Elvis), che da
anni è diventata quasi un quinto elemento di line-up, oltre ad essere uno
dei motivi di attrazione dello show. Irrompono le pale d'elicottero di "The
End" dei Doors e la tensione degli astanti sale vertiginosamente, quando
ecco la band che fa il suo ingresso "on stage" proponendo subito il consolidato
medley d'apertura costituito da "On Your Knees", "Inside The Electric Circus"
e la sorpresa "Hate To Love Me", la quale sostituirà a malincuore per qualcuno,
la nota "Chainsaw Charlie".

Tempo
di tirare il fiato dopo l'adrenalinico trittico, che si riparte con due
super classici come "L.O.V.E. Machine"e "Wild Child", cantate a gran voce
da un caloroso pubblico.
"Come Black To Black", titolo estratto dalla seconda parte di Neon God,
è la scelta vincente in quanto il brano è dinamico, ha un refrain facile
da memorizzare e fa la sua buona figura in veste live. Per la sboccata "Animal"
invece i commenti sono superflui; l'essenza selvaggia dei Wasp è tutta lì.
Ora, un tris di canzoni ad effetto, che racchiudono a mio parere la parte
più suggestiva del concerto:
"The Headless Children", imponente nel suo incedere, "The Idol", toccante
ed intensa come poche, ed una a dir poco sconvolgente "Kill Your Pretty
Face", ricca di tragico pathos horror impreziosita dalla teatralità e dall'effetto
scenico creato da Blackie Lawless, protagonista assoluto della scena.
"The Real Me" e l'inno di sempre "I Wanna Be Somebody", chiudono la prima
parte dello show, portato fino a quel punto a ritmi davvero sostenuti. Il
primo bis ritorna sulle tracce di Neon God e lo fa con "Raging Storm", con
una prestazione vocale da applausi davvero meritati, mentre il gran finale
è affidato al cavallo di battaglia "Blind In Texas" sempre efficace in un
epilogo dai toni festosi.
Tirando
le somme, una conferma di come la classe non sia acqua quindi, ed è una
soddisfazione constatare l'ottimo periodo di forma di Blackie Lawless, frontman
di razza, e dei suoi validi gregari. Ancora una volta il caro vecchio sfrontato
rock'n'roll ha trionfato.
R
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