:: GODS OF METAL 2004
BOLOGNA – ARENA PARCO NORD
Poche note da premettere al report dell’edizione 2004 del Gods Of Metal.
In primis, la lieta novità della nuova location che ha ospitato la kermesse,
questa volta spostata a Bologna, con l’ulteriore riduzione di chilometri
per tutti coloro che venivano dal sud o dalle isole e poi la sistemazione
nell’Arena Parco Nord, luogo sufficientemente adatto a questo tipo di evento
e speriamo riutilizzato in futuro. In merito, una considerazione che andava
fatta dopo le sciagurate scelte delle edizioni 2001 e 2003.
Per i controlli ai cancelli, no problem per fotocamere, videocamere o quant’altro,
tuttavia i problemi arrivavano dal divieto delle bottiglie d’acqua di plastica
dal litro in su (all’ingresso ci si doveva presentare solo con bottiglie
da mezzo litro rigorosamente senza tappo) e vabbè, ma poi la beffa veniva
all’interno dell’arena, dove per acquistare una bottiglietta da mezzo litro
anch’essa, manco a dirlo senza tappo, bisognava sborsare la bellezza di
1.5 euro (badate, 3000 delle vecchie lire) per un bene di primaria importanza;
lasciamo pure da parte gelati, birre e panini; ma l’acqua no!!!
Invece per quanto riguarda i protagonisti, menzione particolare ai Judas
Priest autori di una prova impeccabile e boa di salvataggio di un tempestoso
e fin lì poco entusiasmante sabato, alle sorprese Anathema e Quireboys che
partiti in sordina hanno strappato applausi, alle conferme sempre positive
e scontate di Motorhead, W.A.S.P., Testament, Twisted Sister e quel mattacchione
di Alice Cooper che con esperienza e carisma ha “soddisfatto” a suo modo,
ed ai Rage e Sodom un meritato premio di consolazione perché con la loro
mezzora a disposizione hanno con onore fatto il loro dovere. Inoltre un
plauso va al popolo metal, delle vere “pellacce” sotto il diluvio di proporzioni
bibliche: questo Gods verrà ricordato anche per questo.
SABATO 5 GIUGNO
Dark Lunacy: la band capitolina offre una buona prestazione e riesce
così ad esorcizzare al meglio l’handicap di essere la prima
ad aprire il festival. Di sicuro per loro, che a mio parere hanno tutte
le credenziali per affermarsi, un’esclusiva vetrina per farsi conoscere
dal grande pubblico, italiano e non solo.
Into Eternity: un’incognita per il sottoscritto ma credo
anche per tanti altri, costituivano forse la sorpresa (rivelatasi poi negativa)
della giornata. Non si è capito da che parte volessero stare, con una fattispecie
di powerthrashingblackdeath(?) di medio-basso livello e con un concetto
dell’originalità alquanto contorto. Esibizione passata inosservata e tiratina
d’orecchie ai promoters che si potevano risparmiare questa chiamata dal
Canada, a favore di qualche altra più valida band italiana.
Domine: è incredibile l’impennata di popolarità (strameritata) che
ha avuto la band fiorentina in questi anni. E’ l’ennesima volta che mi capita
di assistere ad un loro show e ogni volta i loro fans crescono di numero.
Al G.O.M. di questo anno i supporters erano molti e si sono fatti sentire,
nonostante l’ora ed il caldo. Suono quasi discreto (ad eccezione di keyboards
troppo basse), compatto e potente come sempre con Morby ed il batterista
grandi protagonisti del loro show. Setlist prevedibile, con ormai super
classici come “Thunderstorm” o “Dragonlord” e qualcosa dall’ultima fatica
come l’epicissima “The Aquilonia Suite”.
Rage: temperatura in costante aumento e con i tedeschi Rage comincia
a salire anche l’interesse di un’audience fino a quel momento alle prese
con la prima tintarella primaverile. Peavy e soci hanno offerto un’eccellente
prova di potenza, mettendo a ferro e fuoco il pubblico sotto il sole cocente.
Attitudine aggressiva e coinvolgente la loro, dove si mostrava in evidenza
Mike Terrana, un gran pestone dietro le pelli. Brani tratti solo dal vecchio
repertorio, dove ha brillato la nostalgica “Don’t You Feel The Winter”,
in uno show tra i più brevi della giornata. Peccato!
Anathema: non li conosco molto bene ma mi hanno ben impressionato.
La loro partecipazione al G.O.M. sarà stata più di una scommessa, quindi
forse la collocazione della band inglese in questo festival è risultata
un po’ fuori contesto già a priori, ma alla fine da quel che mi è sembrato
ne sono usciti con onore vincitori, considerando poi che per loro il fatto
di dover suonare di giorno poteva rappresentare più che altro un handicap.
Esibizione dalle forti atmosfere ipnotiche, molto passionale e meritevole
di ben altra considerazione, dove sono stati snocciolati brani vecchi e
nuovi con tranquillità e padronanza dello stage. Musica che ha spiazzato
e spaziato dal doom che li ha contraddistinti più in un remoto passato,
fino ad arrivare all’ultima tendenza che strizza l’occhio verso un rock-wave
ai limiti con la psichedelia. Momento toccante nell’esecuzione della conclusiva
cover dei Pink Floyd “Confortably Numb”, che ha messo d’accordo tutti. Il
Gods di quest’anno evidentemente aveva bisogno di una prova tra ricercatezza
ed eleganza.
Symphony X: in preda alle primi sintomi da insolazione, ho dovuto
rigenerarmi all’ombra di un grande albero (l’unico!)…niente da fare per
poter assistere alla loro esibizione.
Nevermore: potenzialmente dovrebbero essere una grande band e lo
si vede anche da come cercano di addomesticare per bene i loro supporters
ma purtroppo la prestazione non è del tutto convincente, macchiata oltretutto
(ma non è colpa loro) da un’acustica penosa ed irritante. Warrel Dane sullo
stage si ispira a movenze lente, con fare teatrale, eccentrico, ma a corde
vocali diciamo che non è la sua giornata migliore mentre il resto della
band svolge più che egregiamente il suo compito. Non me la sento di esprimere
comunque un giudizio definitivo sul loro show in quanto ho dovuto anzitempo
lasciare il “campo” e provvedere a mettermi in salvo dal nubifragio che
da lì a poco si sarebbe abbattuto in zona.
Ufo: nessun avvistamento di Ufo sui cieli di Bologna…a parte gli
scherzi, sono loro le vittime della violenta grandinata che ha costretto
gli addetti ai lavori e per ovvi motivi, a far saltare il concerto. Un vero
peccato comunque non vedere in azione Michael Shenker e soci.
Stratovarius: per il gruppo di Timo Tolkki, la stessa sorte che ha
toccato gli Ufo, con l’unica differenza che per loro ci sarà un’altra chance
il giorno dopo.
Judas Priest: non c’è niente da controbattere: loro sono l’HEAVY
METAL!!! Enorme, immenso il loro show! Non c’è dubbio che questo spettacolo
rimanga impresso per lungo, lunghissimo tempo nella memoria di tutti quelli
che vi hanno assistito. Si possono tranquillamente mettere da parte tutte
le verità o presunte tali su questa reunion tra Halford e i suoi vecchi
compagni, solo chiacchiere poiché contano i fatti, ed in effetti in due
ore di concerto, hanno saputo dimostrare di essere ancora i migliori e di
non temere alcun sterile paragone con il loro passato. Ovvio che gli occhi
erano puntati sul figliol prodigo Rob Halford, ed ecco che prontamente questi
ci sforna una prestazione vocale impressionante, coadiuvato da un suono
perfetto, preciso pulito e potente come è nello stile della band, senza
particolari effetti coreografici. Sulla scaletta dei pezzi era prevedibile
una sorta di revival di classici e così è stato: “Hellion/Electric Eye”,
l’inno di sempre “Metal Gods e poi “The Ripper”, “Touch Of Evil” e la splendida
“The Sentinel” e ancora “Victim Of Changes”, “Breaking The Law” e la furiosa
“Painkiller” che ha mandato in delirio l’intera arena, ma spazio anche per
“The Green Manalishi (With The Two Pronged Crown)” ed il bis finale composto
da “Hell Bent For Leather” con Halford in sella alla mitica Harley Davidson,
“Living After Midnight”, “United” e “You Got Another Thing Coming”. Certamente
uno spettacolo ad effetto dove è contata si la bravura e il carisma della
band ma dove ha soprattutto prevalso il fattore emozione di un pubblico
che aspettava questa reunion da tempo.
DOMENICA 6 GIUGNO
Dragonforce: nemmeno l’ombra, anzi qualcuno gli ha avvistati sembra
nel backstage, comunque sia, prime vittime della regola della giornata,
ossia, quello di stringere i tempi (ci sono da recuperare gl????;??????i
Stratovarius).
Stormlord: il gruppo capitolino fa il suo dovere, l’organizzazione
no! Show brevissimo e suoni inadeguati…e vabbè che bisogna accorciare i
tempi, ma il biglietto l’abbiamo pagato tutti…e ci è costato!
Naglfar: un po’ pesci fuor d’acqua come gli Anathema nel primo giorno.
Il loro compito viene eseguito nel possibile della decenza per via di suoni
pessimi (e che diamine!). Non è il loro ambiente ma si comportano da veri
professionisti incitando per bene il pubblico, dove i seguaci del black
sono in netta minoranza.
Sodom: pochi sussulti con il trio tedesco che presenta un setlist
alquanto “tranquillo”, per intenderci “Remember The Fallen”, “The Vice Of
Killing”, “The Saw Is The Law” o “Napalm In The Morning” ad eccezione dell’unica
song da “craniate” come “Sodomized” e due superclassici come “Outbreak Of
Evil” e “Bombenhagel”. Punto e basta, in meno di mezz’ora non si può ottenere
molto se aggiungiamo poi i mille problemi tecnici. Gli incitamenti da parte
dei sostenitori non si fanno attendere e i nostri nonostante tutto producono
uno spettacolo intenso. Alla fine un buon Angelripper che regala poster
e foto a quelli delle prime file. Una band sempre da applausi.
Quireboys: me li ricordo all’apice del successo nei primissimi anni
’90. Oggi molte cose sono cambiate, ma evidentemente per loro il tempo si
è fermato. Il loro show è racchiuso in una sola parola: Rock’n’Roll. Semplici
e diretti, con quell’aria un po’ vintage e sbarazzina che fa divertire il
pubblico; il carismatico Spike, non si risparmia a regalare sorrisi e ad
ammiccare a un pubblico già rapito alle prime battute dei classici di “Hey
You”, “This Is Rock’n’Roll” o “7 O’Clock”. Dall’ultima release invece ho
potuto riconoscere “Lorraine Lorraine” e “Good To See You”. Temevo una fredda
accoglienza…fortunatamente mi sbagliavo. Per il risultato, quasi un trionfo.
Stratovarius: non me la sento di esprimere giudizi su una band che
non mi ha mai conquistato, quindi, No Comment!
W.A.S.P.: sono ogni volta garanzia di ottimo spettacolo. E’ ormai
risaputo che i W.A.S.P. sono e restano Blackie Lawless, è lui il punto di
riferimento che prende per mano i suoi fidi compari di band e manipola a
suo modo l’audience, ora più di prima che ormai il folle chitarrista Chris
Holmes non c’è più. Ragionevole la scelta di offrire una scaletta incentrata
solo sul classico repertorio e badando al sodo. Con un tocco in più a livello
scenografico rispetto alle altre band, il gruppo ha offerto una prestazione
senza pause, anzi tirata tutta d’un fiato, infiammando la platea che conosceva
pezzi quali “L.O.V.E. Machine” o “Animal (Fuck Like A Beast)” a memoria.
Immancabili poi i capisaldi finali “I Wanna Be Somebody” e “Blind In Texas”
sempre graditi, trascinanti e festaioli. Unica macchia per uno show strepitoso,
la resa sonora non impeccabile.
Twisted Sister: “We are the original Twisted “fuckin’” Sister, Dee
Snider, OJ Pero, Jay Jay French, Eddie Oieda, Mark Mendoza...We are the
original Twisted “fuckin’” Sister!!!”.
Così urla al pubblico bolognese un super eccitato Dee Snider, quasi a voler
confermare a tutti i più scettici che sotto a qualche parrucca e make up
da baldraccone ci fossero proprio loro e non dei giovani sosia. Ammetto
che anch’io come tante, tantissime persone ero lì maggiormente per loro,
ovvero per un evento che non so se avremo la possibilità di rivivere futuro.
La mia memoria inevitabilmente mi porta a circa venti anni fa circa, quando
questi cinque scatenati newyorkesi, fecero tappa nella nostra penisola in
supporto ai Motorhead, facendo quasi sfigurare questi ultimi per le loro
incendiare performance. Incredibile oggi osservare come questi arzilli cinquantenni
riescano in pochissimo tempo a conquistare tutti, ma proprio tutti, con
un’energia sovraumana. Parlavamo di parrucche? Parlavamo di look stravagante
e pacchiano? Beh, questo fa parte poi dello spettacolo ed è questo che la
gente vuole e allora vai con una serie di best seller di autentica follia
rock quali “What You Don’t Know”, “Under The Blade”, “Burn In Hell”, l’arcinota
“We’re Not Gonna Take It” e la conclusiva “I Wanna Rock”, dove sempre lui,il
dominatore Dee Snider “ordina” a tutti, anche a coloro spaparanzati sulla
collina, a tributargli una standing ovation strameritata.
Motorhead: solito concerto tritasassi con volumi a max, un Lemmy
in gran forma e tanto, tanto divertimento, si, perché ogni volta che si
assiste ad un loro show è una festa dove vi partecipano fans di tutte le
età; io stesso ho visto una signora sulla sessantina con tanto di maglietta
che si esaltava sulle note delle iniziali “We Are Motorhead” e “No Class”.
Si sa, i Motorhead sono una leggenda ed ogni commento su di un loro spettacolo
può risultare superfluo. La scaletta è come al solito incentrata su classici
sempre verdi come “Metropolis”, “Killed By Dead” (con Dee Snider come super
esaltata special guest), “Over The Top” e le “ripescate” “Shoot You In The
Back” e “Doctor Rock”, affiancate da alcune rappresentanze dell’ultimo decennio
come “Civil War”, “Going To Brazil”, “Sacrifice” e la cover “God Save The
Queen”. Facile notare nostro malgrado di come lo show scorra via molto veloce,
estromettendo clamorosamente songs del calibro di “Bomber”, “Orgasmatron”
o “Born To Raise Hell”…mah…se poi faccio bene i conti mi sembra che i pezzi
suonati siano stati meno di quelli del precedente G.O.M. 2001, eh si, oggi
si va velocissimi. Polemiche a parte, curioso assistere Lemmy vedere prima
tra il sorpreso ed il divertito un solitario invasore di palco sbucato alle
sue spalle e poi “svegliare” con toni ironici e con le conclusive ed esplosive
“Ace Of Spades” e “Overkill” un pubblico non adeguatamente partecipe, fiaccato
dalla stanchezza e dal caldo. Immortali!
Testament: è un traguardo importante per i Testament essere co-headliner
in un festival come questo. Negli ultimi anni l’interesse verso di loro
è cresciuto notevolmente e in ogni situazione il pubblico gli acclama (e
dire che anni addietro vivevano purtroppo all’ombra di Metallica e Slayer).
Personalmente considero oggi i Testament una sorta di supergruppo, che può
contare su una sezione ritmica impressionante (Steve Di Giorgio e Paul Bostaph
vi dicono qualcosa?), oltre al nuovo valido innesto dell’ex Halford Metal
Mike alla chitarra solista (trovato a mio avviso ancora un po’ impacciato)
e ai due veterani Eric Peterson e Chuck Billy. Proprio quest’ultimo, apparso
in grande spolvero anche fisicamente, ha testimoniato il fatto di come la
band stia vivendo una seconda giovinezza. E’ lecito aspettarsi questa sera
da loro una prova maiuscola ed è così che viene messa sotto i piedi la già
terremotate performance del 2000 in quel di Monza.
Inizio affidato a “D.N.R.” dove si presentano preoccupanti disguidi tecnici,
poi col passare dei minuti, fortunatamente svaniti. Sulle note dei classici
di “Alone In The Dark”, “Burnt Offerings” o “Into The Pit”, una folla in
delirio manifesta la propria ovazione per una band in grande stato di grazia.
Nessun pezzo inedito tratto dall’imminente disco in uscita viene proposto,
mentre è uno spettacolo ascoltare gli inviti da parte del gigante frontman
agli astanti a salire sul palco; detto fatto, con il purtroppo pessimo comportamento
del personale di sicurezza a rubare la scena…
Epilogo affidato a “Disciples Of The Watch” con giallo, dove l’intero impianto
viene spento a metà brano tra l’incredulità e la rabbia di tutti, Testament
compresi. Evidentemente qualcuno “dall’alto” aveva deciso che quei due minuti
alla conclusione dovevano essere di troppo…
Alice Cooper: chi si aspettava il classico show di quel “diavolo”
di Alice Cooper, per intenderci quello con scenografie grandguignolesche,
con magari qualche ghigliottina o ambientazioni al limite del paradossale
che lo hanno reso celebre caposcuola del genere, sarà rimasto deluso. Infatti
uno stage scarnissimo ha accolto il sessantenne rocker che ha dovuto faticare
non poco per riuscire a portare a termine un’esibizione degna del suo nome
e comunque nel caso più specifico, da headliner. Per quanto riguarda l’aspetto
visivo del concerto, la ragione mi porta a pensare ad un “taglio” per motivi
di tempo, in una giornata in effetti tirata tutta di fretta, mentre la scelta
dei pezzi ha ripercorso in lungo e in largo gli oltre trent’anni di carriera.
Un particolare percorso generazionale rappresentato da “Billion Dollar Babies”,
“No More Mr. Guy”, la mitica “School’s Out”, l’amata/odiata “Poison”, “Hello
Hooray”, e tante altre classiche songs, fino alle produzioni più recenti
come “Brutal Planet”, “Man Of The Year” o “What Do You Want From Me?”, un
buon live set interrotto solo da un lungo, interminabile e dir poco stucchevole
solo di batteria. La voce di Alice va e viene, ma ad un mostro sacro si
può perdonare anche questo. Non è stata un grande prova, ma neanche mediocre,
forse ci si attendeva di più per quello che doveva essere uno degli highligths
della giornata.
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