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Sweet Leaf Chapter VI – CSOA Depistaggio - Benevento 26 e 27/06/2015

Nonostante il cambio di location dell’ultimo minuto, causato dalle solite beghe burocratiche, lo Sweet Leaf Festival, la kermesse stoner rock più grande del Sud Italia, ha trovato nel CSOA Depistaggio di Benevento una più che degna sistemazione. Dopo aver fatto conoscenza con Phil e gli altri ragazzi dello staff, aver salutato qualche vecchio amico ed essermi sistemato per la notte, mi sono accinto all’ascolto della prima band, i giovanissimi The Quinlans, a cui è toccato il compito di aprire la due giorni, dato il forfait dei Brand New Punch. Il trio campano ha proposto un sound tra i più vintage dell’intero lotto (probabilmente sono stati i più vicini stilisticamente ai Wild Eyes, gli headliner del primo giorno), sospeso tra hard e blues, anche se qua e là qualche capatina in territori più vicini temporalmente a noi non sono mancati. Peccato per il sole alto e per lo scarso pubblico pomeridiano: questi ragazzi avrebbero meritato qualche attenzione in più il loro set: “My Blind Run”, “Heavy Rain Blues”, “Gorgeous Witch”, “Out Of Time Forever” e “Fate”.
A seguire è salita sul palco la Vinnie Jonez Band, da Palestrina, che da poco ha tirato fuori un lavoro, Supernothing, che è possibile ascolte su Spotify. Il sound dei laziali è completamente differente da quello di chi li ha preceduti e questa è stata una peculiarità che si è presentata più volte nell’arco dei de giorni. E’ vero che lo SWF viene etichettato come festival stoner, ma la descrizione è alquanto riduttiva, poiché la gamma dei generi proposti è veramente ampia. Per esempio la VJB è di difficile catalogazione, si muove al confine tra i generi, apparendo ora stoner, ora più incazzata e punk, e alcune volte ricorda i Mastodon. Scusate se è poco! I brani proposti: “Into The Sky”, “Rose”, “Delog”, “How To Handle A Rope” (QOTSA), “Bleach”, “Change” (Deftones) e “To The Mountains”. Si è tornati a Benevento con i Lost Moon, band con più di una ventennale carriera alle spalle che ha dimostrato di possedere anche un nutrito seguito. Tra le band della prima giornata, probabilmente tocca a loro la palma di compagine più “stonata”, con il loro sound grasso che si rifà alla lezione classica dei Black Sabbath e a suoni acidi di Kyuss e Monster Magnet. L’ottima amalgama sul palco si è notata, come la disinvoltura nell’approccio col pubblico. Particolarmente apprezzato da tutti i presenti l’utilizzo di un percussionista, Danilo Pecorelli, in aggiunta al trio formato da Stefano Paolucci, Pierluigi Paolucci e Adolfo Calandro, che ha reso l’esibizione più intensa e selvaggia! La scaletta proposta: “Light inside”, “Tales From The Sun”, “Lay Your Hands Down On Me”, “Through The Gates Of Light”, “Flow”, “Adrenalin's Flowing”, “King of Dogs” e “Cradle of Madness”.
Il premio di band venuta da più lontano (statunitensi esclusi) va agli aquilani The Whirlings, fautori di un rock psichedelico, con derive postrock, che ha rapito e trasportato gli ascoltatori nello spazio più profondo: una vera e propria esperienza mentale più che fisica. Inoltre,la band ha fatto un regalo al pubblico, oramai a quel punto della serata ben più corposo, proponendo, oltre al già edito “Calcutta's Sewers”, tratto dall’Ep del 2010, solo brani inediti! Una succosa anticipazione che lascia presagire grandi sviluppi per il sound degli Aquilani!
I The Wild Eyes sono stati la sorpresa più piacevole del festival. Disponibili all’inverosimile, questi fricchettoni di San Francisco non si sono risparmiati fuori e sul palco. Se off stage la gentilezza ha caratterizzato questi figli dei fiori, sul palco, invece, si sono rivelati dei veri e propri animali. I Big Brothers Holding Comapny che incontrano i Grand Funk. Il soul flirta col rock, il tutto condito in salsa acida. La voce di Janiece Gonzalez è solo la (graffiante) punta dell’iceberg, sotto di lei tre omaccioni tirano tutti giù come se fossero degli Stooges di ritorno da Woodstock. L’esibizione è durata un’oretta, tra il visibilio del pubblico. Scene di ordinaria follia hanno condotto la band sino al termine dell’esibizione.
Spente le luci della ribalta, la situazione s’è fatta apparentemente più tranquilla, con i più stoici dei presenti che si sono intrattenuti sino a notte fonda. Tra una birra e l’altra, le chiacchiere hanno fatto nascere o rinsaldato nuove e vecchie amicizie! Il secondo giorno è partito con una sorpresa, devo ammettere che sono rimasto spiazzato. Da bravo cronista giravo con in tasca il running order, mi risultava che l’apertura sarebbe toccata ai beneventini Sweet Jane And Claire, di cui conoscevo il nuovo album (a breve la recensione su queste colonne) e, invece, gli strani tipi vestiti da antichi romani, stavano proponendo tutt’altro, una sorta di Santana con David Jackson dei VDGG! Solo dopo ho scoperto che erano loro, tutti presi dalla stramba esecuzione di un pezzo composto appositamente per lo Sweet Leaf (“Poisoned Jam”). Una sorta di maelstrom sonoro arricchito dai costumi poco ordinari. Non so se il futuro della band sia in quella direzione oppure questo rimarrà un capitolo a se stante della carriera dei nostri, certo è che hanno attirato l’attenzione dei presenti, strappando consensi!
Anche la seconda giornata è continuata come la prima, cioè all’insegna della varietà. Con i napoletani Wizard, ci si è spostati su lidi più vicini all’hard rock di matrice Purple. Anche Roy Zaniel, il bassista-cantante, ha un qualcosa di Glenn Hughes, che influenza in parte il giudizio. Certo rispetto ai DP dell’epoca Burn, i Wizard picchiano più duro e sono meno funkeggianti. Quindi la mia resta più che altro una suggestione visiva! Quel che conta è la qualità elevata (e raffinata) dell’hard eseguito dal terzetto, che è uscito vincitore, nonostante una proposta eccentrica rispetto al resto delle sonorità proposte nel festival! “W3-79” (Intro), “You Got A Feeling”, “Feel the Same”, “Going Down”, “State of Shock”, “The Walking Dead” e “The Evolution of Love” I brani proposti. Sicuramente più complessa la musica dei napoletani Disphere, anche qui non propriamente stoner, ma più vicina a soluzioni post-core. Ovviamente non è stato un problema per i presenti, che probabilmente inizialmente non conoscevano i campani, ma che a poco a poco si son fatti trascinare dalle loro atmosfere mutevoli. Sfuriate e momenti di calma si sono alternati, protagonista della serata il nuovo Mountain Crushing Waves, album da recuperare al più presto. Una delle più belle sorprese dell’intero festival! I pezzi esegutii: “Vandenreich- L'impero Invisibile”, “A.d.e.”, “Mountain.Crushing.Waves”, “In Meinem Herzen”, “Toward The End Of All Reasons”, Blood Pattern: Blue” e “We Don' T Need A Reason, We Do As We Wish”.
Il giro successivo è toccato ai padroni di casa Teverts, nelle cui fila militano alcuni membri dello staff, in primis Phil, il padre dello Sweet Leaf. Lui stesso mi aveva avvisato che il sound sarebbe stato differente rispetto a quello registrato sul cd, in parte per il passaggio alla formazione a tre, in parte perché la band ha evoluto il proprio suono. A riprova di questo, accanto ai brani editi, il combo ha presentato anche due novità, a cui non è stato ancora dato un titolo definitivo. Il risultato è stato comunque massiccio e vigoroso, i Teverts picchiano giù duro, con un sound corpulento e sabbioso! La loro scaletta: “Control”, “Shine”, “2 Coins On The Eyes”, “Dexter Ward”, “Bleeding” e “Doom”.
Un piccolo problema di salute capitato a Sandro, batterista de L’Ira del Baccano, rientrato fortunatamente l’indomani, ha costretto a un piccolo cambio di programma. Così gli headliner Juggernaut hanno anticipato la propria performance, dando tempo al batterista di recuperare le forze. I romani hanno rilasciato uno dei migliori album degli ultimi mesi, Trama! La loro proposta ormai è fuori da ogni definizione, al sound iniziale i nostri hanno aggiunto contaminazioni base di jazz, tango, bossanova e suggestioni cinematografiche. Per chi li ha ascoltati in studio può nascere lecitamente il dubbio che la band non sia in grado riproporre il tutto on stage, nulla di più falso! Anzi, dal vivo il gruppo ha raggiunto una padronanza dei propri mezzi che li rende ancora più coinvolgenti. Calatesi immediatamente nello spirito del festival i Jugger si sono diverti e hanno divertito il pubblico, confermando tutto ciò che si dice di buono di loro e dimostrando di valere il successo sempre più crescente che stanno raccogliendo! La loro scaletta: “Pietra Grezza”, “Ballo Excelsior”, “Egregoro”, “Crapula”, “V.I.T.R.I.O.L.”, “Tenet”, “Psycho” e “Nail Scratched”.
In realtà, i ragazzi de L’Ira del Baccano non sono più saliti sul palco, rimandando la loro performance a giorni migliori. Io, che l’inseguo da anni, cercherò di non mancare.
Dato il forfait degli autori di Terra 42, sono stai i Teverts a tornare sul palco per concludere degnamente la due giorni.
Tirando le somme, posso affermare che il festival è andato benissimo dal punto di vista musicale, band eterogenee e competitive, meno dal punto di vista delle presenze: una manifestazione del genere, con un biglietto dal costo irrisorio, meriterebbe un’accoglienza migliore. Ma ormai viviamo giorni in cui la musica si vive virtualmente sui social e poco sotto i palchi. Peccato!

g.f.cassatella

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