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Godflesh + Disumana Res 2015 - Bologna – Freak Out - 09/04/2015

A volte capitano di quei concerti che aspettavi da tempo, e in occasione dei quali puoi davvero richiamare il vecchio adagio “due piccioni con una fava”. Sarà perché i nostrani Disumana Res sono spesso stati accostati (a torto o a ragione) ai maestri Godflesh, sarà perché non avevo mai visto nessuna delle due band dal vivo, o forse perché ne ho recentemente recensito i rispettivi ultimi lavori, ma questa data al Freak Out era sotto la dicitura “imperdibile” da tempo. E direi che le aspettative sono state ampiamente ripagate da due set infuocati e memorabili, che hanno consegnato alla Storia sia il comeback del trio romano/bolognese che il ritorno in Italia del seminale duo britannico, forte di pubblicazione dell’ultimo “World Lit Only By Fire”.
Apertura affidata ai Syk, trio atipico dedito ad un grindcore fortemente articolato sulla scia di Brutal Truth, Psychofagist e Melt Banana. Ho detto “atipico” perché la formazione chitarra/voce/batteria lascia volutamente vuoti gli spazi tipicamente occupati dal basso (uno strumento non proprio in secondo piano nel genere) e d’altro canto direziona la propria formula su complesse partiture chitarristiche (alla Converge/Fordirelifesake) supportate da una batteria minimalista, con la voce della singer Dalila Kayros a fare da corollario a tutto. Una proposta potenzialmente interessante, ma che forse necessita di maggiore rodaggio dal vivo, dato che le tre componenti succitate sembrano ancora eccessivamente slegate tra loro, dando la sensazione di vedere insieme in un unico live set la batteria dei White Stripes, la chitarra di un qualsiasi combo math/death tecnico (Meshuggah o Mastodon, fate voi) e magari la voce dei Contropotere. Proprio quest’ultimo elemento risulta il più convincente del lotto (non fosse altro che per l’accostamento alla storica band napoletana), facendo ben sperare in un futuro consolidamento dei Syk che tenga conto dell’evidente potenziale della sezione vocale.

Tocca ai Disumana Res e al loro assalto sonoro industrial metal. Come ho già detto, questo comeback show è anche la prima volta in cui ho l’occasione di vedere la band in azione, benché all’epoca ne abbia seguito piuttosto da vicino la produzione, tra i tasselli fondamentali di quella risposta italiana al sound di Ministry, Godflesh e Pitch Shifter nei lontani anni ’90, con in più un approccio metal direttamente mutuato da gente come Fear Factory e Voivod e impresso a fuoco nello stile chitarristico di MC. Oltre a lui, sul palco troviamo RC al basso e AB alla voce e programming, disposti un po’ in stile Kraftwerk, con le luci rosse a completare il deja-vù di sonorità in salsa crauta… iconografia a parte, va detto come l’omonimo disco registrato all’epoca e pubblicato nel 2014 sia qui stato quasi integralmente riproposto dal vivo, con l’apertura affidata alle fredde geometrie della conclusiva “Beyond The Fall”, una scelta sicuramente in controtendenza rispetto al live set roccioso del trio. Eppure l’incipit così congegnato ha l’effetto di catalizzare ancor più l’attenzione dei convenuti sui Disumana Res, che non mancano di alzare il tiro con la successiva “Return To Nothingness” (uno degli episodi più vicini ai Godflesh, almeno dal punto di vista dei pattern ritmici), con le atmosfere dilatate di “Underkiller”, con “Still”, il compendio definitivo dei Disumana Res (dai chiari richiami a Burton Bell e soci, anche nelle linee vocali) e con la conclusione affidata a “War Is Over”. Resta qui l’ottimo giudizio espresso in sede di recensione, oltre alla conferma della compattezza della band anche ad anni di distanza dal precedente periodo di attività. Torneranno in pianta stabile? Speriamo di sì!

Tutto è pronto per i Godflesh, che non si fanno attendere, creando un’atmosfera surreale e sulfurea sul palco del Freak Out. Le proiezioni apocalittiche sullo schermo fanno da contraltare alla presenza di Broadrick e Green, il cui operato non è da meno nel disegnare scenari dal sapore ineluttabile: tocca a “New Dark Ages” (l’opener di “World Lit Only By Fire”) aprire le danze, confermando immediatamente l’importanza del nuovo disco nella scaletta dei britannici, che pescheranno vari altri estratti dallo stesso soprattutto nella prima parte del set. L’incedere quadrato e inarrestabile della band è scandito dallo stile di Justin Broadrick, con le sue bordate secche di chitarra e con e un modo di suonare percussivo e decostruttivo, finalizzato al risultato finale né più né meno dei pattern ritmici o delle linee vocali asfittiche che da sempre sono il marchio di fabbrica del gruppo. Dicevamo dell’approccio “iconografico” dei Godflesh: a farla da padrone sono ovviamente le croci che campeggiano sulla copertina di “Streetcleaner”, spesso accompagnate dalle fiamme e da amenità morbose a profusione. Chissà cosa avrebbe detto di loro il buon Fritz Lang: il suono industrial avrebbe di certo compiaciuto più di un avanguardista, anche un secolo fa. A tratti lisergici e cupi come i Cathedral primissima maniera (e non a caso sia Broadrick che Dorrian sono passati da casa Napalm Death nei primissimi anni di attività), spesso così al passo con i tempi da risultare modernissimi anche oggi, i Godflesh passano dai freddi colori post-industriali al rosso fuoco che sottolinea le note di “Towers of Emptiness”, altro pezzo di punta del nuovo disco. Certo, il calore del pubblico è tutto per i classiconi, specie per quelli tratti da “Streetcleaner”: l’atmosfera si scalda all’attacco di “Christbait Rising”, e il mosh che se ne ricava accompagnerà la band sino a “Like Rats”, confermando ancora una volta come si sentiva il bisogno del ritorno di certe sonorità che, seppur ammantate di un’aura in voga ben venti/venticinque anni fa, non hanno affatto perso la propria carica dirompente e apocalittica, per non parlare del loro valore avanguardista, oggi come allora.

Francesco Faniello

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