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BloodFest – GBH - Schirench Play Pugent Stench – Raw Power e altri – Demodé Club, Bari - 31/05/2014

Le voci, che gridavano allo scandalo quando metal e punk flirtavano anni orsono, sono ormai mute da decenni. Superati i rispettivi pregiudizi, le due scene camminano a braccetto, pur mantenendo le proprie peculiarità. Per questo motivo può capitare di partecipare a un evento come quello messo in piedi da Rock Cult e Demodé, il BloodFest, che ha visto come protagonisti alcune delle miglior compagini estreme di entrambi i movimenti.
Per motivi personali ho perso quasi metà festival, sono arrivato quando i Cripple Bastards stavano scendendo dal palco. A quel punto avevano già suonato Entact, Buffalo Grillz, Natron (nel loro caso, mi sono fatto perdonare acquistando una copia del nuovissimo 7” Virus Cult), Hour Of Penance, oltre ai già citati CB.

Il mio battesimo avviene con i Raw Power, la formazione tricolore non finisce mai di stupirmi. Ho già avuto modo di vederli in passato e come al solito anche a Bari hanno regalato una serata ricca di adrenalina e sudore. Nonostante fossi sotto il palco, per me è stato quasi impossibile fare uno scatto decente a Mauro Codeluppi, in costante movimento. Chilometrica la scaletta, brani veloci e intensi. Poche chiacchiere e molta sostanza. Il pubblico presente in sala ha pogato a più non posso, regalandosi una sana sudata.

Come abbiamo detto, la caratteristica del festival è stata quella di unire due scene, quindi scesi dal palco i massimi esponenti dell’hard core nostrano, ecco salire sul palco un personaggio che ha scritto alcune delle più belle pagine del death metal europeo a cavallo tra anni Novanta e Duemila. Certo i Pugente Stench non sono mai stati una band mainstream neanche ai tempi d’oro, però tra gli amanti del genere (almeno tra quelli attempati come il sottoscritto) godono di un certo rispetto, per questo motivo sono rimasto sorpreso dalla sostanziale freddezza e scarsa partecipazione con cui i presenti hanno seguito l’esibizione degli Schirench Play Pugent Stench. Al di là del contesto, facciamo un po’ d’ordine su quella che è sta la sigla utilizzata in occasione della serata barese: si tratta di un monicker momentaneo ideato in attesa che Martin Schirenc metta fine alle controversie sul nome originale della band o comunque possa almeno ritornare a quel Church of Pugent Stench che aveva accompagnato i primi giorni di questa nuova incarnazione. Nonostante io pensi che se non ti chiami Motorhead difficilmente riesci a riempire un palco in tre persone, agli austriaci la cosa quasi riesce bene, grazie alla presenza del mastodontico bassista che accompagna un mefistolico El Cochino (nome d’arte di Martin) in questa sua scorribanda in terra di Puglia. L’esibizione ha ripercorso la carriera dei PS. Lo show emblematicamente è partito proprio con il brano omonimo e poi giù con i classici del più perverso e pervertito death metal di sempre: “Shrunken And Mimmified Bitch”, “Rip You Without Caree”, “Sick Bizarre Defaced Creation” e la finale “Viva La Muerte”. Una più che buona esibizione, peccato che molti li abbiano snobbati.

Dopo una scorribanda al pantagruelico stand della F.O.A.D. di Giulio The Bastard, dove ho colmato alcune lacune della mia discoteca punk\hard core, ritorno in postazione per assistere al concerto degli headliner, i britannici GBH.

Dopo il solito soundchek, sul palco salgono degli attempati brutti ceffi, Jock Blyth (chitarra), Ross Lomas (basso), Scott Preece (batteria) e per un ultimo un saltellante Colin Abrahall alla voce. Ed è proprio lui ad attirare le attenzioni dei presenti, in numero di nuovo decente sotto il palco, con il suo look demodé che lo fa apparire una sorta di Prandelli vestito come Billy Idol.
Considerati tra i padri del crust e capaci di influenzare band punk, metal e non solo, hanno offerto un show senza fronzoli, brani suonati senza soluzione di continuità, che hanno spinto le teste colorate che si trovavano a ridosso delle transenne a dimenarsi a più non posso. Col dito alzato, il pubblico ha accompagnato gli inglesi durante l’esecuzione di brani come “Sick Boy”, “Race Against Time” e “City Baby’s Revenge”. Quasi una trentina di pezzi intervallati al massimo da un sorso d’acqua dalla bottiglietta più vicina, una valanga di riff semplici e coinvolgenti. Peccato che non sia stato concesso il bis, cosa che ha intristito non poco tutti coloro i quali erano rimasti, nonostante l’ora tarda, ad ascoltare i propri beniamini.

g.f.cassatella

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