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Agglutination Metal Festival – Senise (PZ) – 23/08/2014

Come ogni anno, rieccoci puntuali ad uno dei nostri festival preferiti: l’Agglutination! Non è certo un’esagerazione affermare che la kermesse metal della Valle del Sinni sia diventata un vero e proprio perno estivo, uno di quegli happening da tener d’occhio con l’attenzione che solo gli aficionados sanno avere. Allo stesso tempo, quando si parla di una storia e di una tradizione organizzativa che raggiunge il ventennale pur tra mille difficoltà non è raro interrogarsi su quale sia stata l’edizione “migliore” del festival, ed è la stessa domanda che personalmente mi sono posto, non ricavandone ovviamente risposta. In effetti, è davvero difficile stabilire quale sia stato l’Agglutination migliore di sempre, poiché nel corso del tempo ci sono state edizioni che hanno posto particolare attenzione a convocare band di spalla di buon livello, mentre altre si sono rette in particolare sul blasone dei nomi degli headliners o dei co-headliners. Se poi aggiungiamo che questa è tutta una questione di gusti personali, è chiaro come l’interrogativo (alquanto artificioso, per la verità) possa avere più di una risposta; non da sottovalutare è inoltre l’indole nostalgica di chi scrive, che lo porta a ricordare con una mezza lacrimuccia le edizioni in cui non aveva un soldo in tasca e poteva al massimo mettere insieme i soldi per mezza birra, una tape dai banchetti delle autoproduzioni e poco più. Aaaah, bei tempi… va beh, vi risparmio la discesa nel maelstrom dei miei ricordi e passo alla cronaca dell’edizione 2014, non prima di aver rilevato come, in base all’interrogativo posto qui sopra, pur non essendo possibile definire un “podio” di edizioni del festival è comunque più che giustificato sottolineare come Gerardo Cafaro e tutto lo staff perseguano un progetto che tende a migliorarsi continuamente nel corso degli anni. Se l’anno scorso l’idea del “tridente” che rappresentasse più generi sembrava insuperabile (con il ritorno degli Overkill che emergeva come sintesi tra la brutalità dei Marduk e la maestria power degli Stratovarius), quest’anno è davvero il botto dell’extreme metal, con almeno due nomi che hanno scandito in un modo o nell’altro la mia imberbe adolescenza. Sto parlando di Carcass ed Entombed (qui presenti con il monicker Entombed A.D., con il solo Petrov al timone), e non posso che dire: giù il cappello! Verrebbe da dire che mancavano davvero solo i Cathedral e i Confessor per rifare il Gods Of Grind ed entrare nella Storia con la esse maiuscola, ma bando alle ciance e via con il report!

Il mio personale intento di arrivare il prima possibile viene onorato grazie anche alla ferrea disciplina dimostrata dai compagni di viaggio, ed eccomi dinanzi ai Sinheresy, già intercettati a suo tempo dal sottoscritto in occasione dell’uscita del discreto ep “The Spiders And The Butterfly”, e fuori da un po’ con il full length “Paint The World”. Miscelando sapientemente suggestioni gotiche e un sostrato propriamente power, oltre a giocare la carta della doppia voce maschile e femminile, i triestini hanno proprio nella singer Cecilia Petrini il proprio punto di forza: discreta performer, riesce a coinvolgere i primi kids convenuti e incuranti del sole cocente, supportata in questo da un setup di palco sufficientemente buono, che consente alla band di avere un sound discreto e definito, nonostante simili posizioni in scaletta siano notoriamente impietose su questo versante. L’esecuzione dell’anthem “Temptation Flame” chiude l’esibizione nel modo migliore, guadagnando alla band l’affetto dei supporters – nonché ricordandomi che è tempo di recensire anche il full length… lo farò!

Discorso leggermente diverso vale per gli Eversin, band agrigentina anch’essa presente più volte sulle nostre colonne. Sarà la complessità della formula di partenza della band che mal si adatta ad un sound in uscita francamente debole e poco definito, ma ho avuto l’impressione che la band fosse in questa sede un po’ ingessata nel suo stile, nonostante le buone capacità tecniche dei singoli componenti. Tra suggestioni vicine a certi Coroner e ai maestri Annihilator, i quattro sono riusciti comunque a convincere il pubblico – peraltro composto da una buona rappresentativa sicula – annoverando tra i propri highlights “Nightblaster” e soprattutto l’apporto epico di “Tears On The Face Of God”, title-track dell’ultimo disco del combo.

La terra trema, arrivano i castigamatti: si tratta dei Buffalo Grillz, che portano immediatamente con sé quell’atmosfera delle grandi occasioni che si percepisce a naso. I Buffalo Grillz sono infatti la nuova all-star band di puro grindcore sull’asse Roma-Napoli guidata da Mr. Enrico Giannone, che i più attenti (e attempati? Mi sa di sì…) ricorderanno come il folle singer di Undertakers e Ciaff. In sostanza, chi come me ha potuto apprezzare negli anni l’oliatissima macchina da guerra degli storici grinders partenopei e ha al contempo consumato dopo svariati ascolti “The Southern Command Of Violence” non può rimanere indifferente all’assalto sonoro dei quattro, con Enrico (qui nei panni di “Tombinor”) che si conferma consumato performer (passando inoltre con disinvoltura dal growl allo scream) e ci riporta indietro a quelle succitate edizioni storiche dell’Agglutination in cui i gruppi di spalla avevano una caratura che non aveva nulla da invidiare agli stessi headliners. Ignoranza, devastazione, un bassista mascherato che sembra uscito dai peggiori incubi dei Funguzzz e un fortissimo radicamento nell’hardcore la fanno da padrone in pezzi dalla durata di una scheggia, corredati da titoli del calibro di “Manzo Criminale”, “Linkin Pork” e “Dimmu Burger”, che fanno pensare ad una versione aggiornata (e opportunamente italianizzata) degli S.O.D. di Billy Milano. In questo senso, “La canzone del sole” è la degna chiusura del cerchio, con Giannone che declama “è il momento dell’amore, cazzo!”.

Estate, tempo di incontri. No, questa volta non si tratta di dolci donzelle in borchie e latex nonostante il caldo, magari richiamate dalla citazione battistiana dei Buffalo Grillz: è che l’Agglutination è stata la perfetta cornice per l’incontro al vertice (assolutamente casuale, vi dirò) di una nutrita rappresentanza di Raw & Wild, che annoverava il sottoscritto, l’occultissimo Grezz, il chirurgico Wolvie, lo schivo blackster Simone “Consalvo” e soprattutto il capo dei capi, Baron Frankenheimer in persona! Dopo le foto e la birra di rito, mi rendo conto che gli Elvenking stanno suonando da un po’ e che devo fare i “compiti a casa”, perciò… vado! Il combo friulano è in un buon momento della sua carriera, forte della pubblicazione di un disco di spessore come “The Pagan Manifesto” che rappresenta un’ottima sintesi della formula power/folk della band. Certo, il compito da svolgere è quantomeno ingrato, essendo la band capitata proprio nel mezzo di una scaletta fortemente improntata sull’extreme metal qual è quella di questa edizione. Un dato rilevante, poiché molte delle critiche (assolutamente ingiustificate) mosse negli anni all’organizzazione erano mosse da un presunto pendere della lancetta verso il power metal, e invece… Nonostante tutto, gli Elvenking portano avanti una prestazione dignitosa, che non disdegna di dispiegare più di qualche estratto dall’ultimo, fortunato album, con un singer un po’ “sopra le righe” che non manca di stuzzicare quella parte del pubblico che mostra evidentemente di non gradire la formula proposta (come successe al sottoscritto con i Drakkar… corsi e ricorsi storici!), e con gli inserti violinistici in buona evidenza a ricordare il marchio di fabbrica del sestetto.

Giunti a questo punto (e con l’oscurità incipiente), tutti si aspettavano che il palco si predisponesse ad ospitare il sabba malefico ad opera dei Belphegor, ma non è così. Non meglio precisati motivi di ritardo portano ad un’inversione in scaletta, ed è così che lo striscione degli Entombed A.D. si erge sul palco di Senise. Ditemi quello che volete, che l’operazione di quasi-appropriamento della band da parte di Lars Goran Petrov non è credibile, che si tratta di una simil-cover band, che il metal sta finendo peggio delle sagre di paese che richiamano vecchie glorie messe su da membri che non hanno neanche contribuito a fondarle… io comunque me ne frego, e a testimoniare il mio poco interesse per simili polemiche c’è il passo spedito con cui ho raggiunto le prime posizioni (ci credo, avevo anche il pass… questa volta gli organizzatori hanno fatto davvero le cose in grande!). Tanto, ormai ad accompagnare Petrov era rimasto il solo Alex Hellid, e non mi sembra che qualcuno sino a poco fa si fosse messo a gridare allo scandalo per la fine della sacra formazione che aveva dato vita ai primi, fondamentali album della band. Certo, da quando Nicke Andersson non è più della partita (e non partecipa dunque al processo compositivo) la band è diventata sempre più una copia sbiadita di se stessa, con alti e bassi, ma è anche vero che il trademark sonoro degli Entombed, curiosamente, non è mai stato nelle mani di una sola persona, quanto di un pedale: l’Heavy Metal 2 della Boss con i potenziometri settati al massimo, proprio come faceva Leif Cuzner sin dai tempi dei Nihilist. Per questo motivo, e per la presenza di almeno un axeman in Flying V, la band non può sbagliare: sciorina senza soluzione di continuità brani tratti dall’ultimo “Back To The Front” (su cui spicca “Waiting For Death”) e classici immortali del calibro di “Revel In Flesh”, “Living Dead” (la mia preferita!), “To Ride, Shoot Straight And Speak The Truth”, “Wolverine Blues” e una devastante versione di “Eyemaster”. Sulle prime, è proprio il singer ad apparire un po’ sotto tono (tanto da hetfieldizzare più di qualche passaggio), ma il suo entusiasmo è fuori discussione, tanto da portarlo a voler filmare lui stesso il pubblico (omaggiato di volta in volta di acqua e birre varie), poco prima di introdurre la seminale “Left Hand Path” (per la quale perdonerò al lead guitarist di aver personalizzato un po’ troppo l’assolo… in fondo, non stiamo certo parlando di un gruppo di accoliti del club di Mike Varney!) seguita da “Supposed To Rot”. In definitiva, uno show sanguigno, con una scaletta più orientata verso gli esordi rispetto al precedente show da me visto della band “madre” (ma in effetti sono passati quasi dieci anni da allora), anche se non ho potuto evitare di evocare a gran voce “Night Of The Vampire”, che l’altra volta era presente in scaletta. Non si può avere tutto…

Come da copione (modificato), tocca ai Belphegor: di certo c’è che ho approfittato dell’esibizione degli austriaci per raggiungere una zona più “tranquilla” e godermi in sottofondo il loro black cadenzato con poche ma micidiali concessioni alla velocità. Il pubblico sembra ipnotizzato dalla loro teatralità, e io con loro, nonostante la mia naturale avversione per il genere. Comunque sia, ci avevano annunciato uno spettacolo particolare, e tale è stato: palco allestito con pannelli, ossa, teschi e amenità varie (anche se io continuo a preferire le croci bianche di scuola Metallica/Candlemass: ne parlerò con il loro arredatore) e il singer Helmut che non manca di annunciare i brani con solennità tipicamente growling, qui sì provocando un dejà-vu di simili pratiche in voga nei gloriosi anni ‘90 (leggi: è roba vecchia, non lo fanno neanche più i Morbid Angel, ergo te la puoi anche risparmiare).

Ok, non lo nego: ero lì per i Carcass. Il vantaggio di registrare una intro accattivante come “1985” è che poi la puoi usare a tuo piacimento per aprire (e chiudere) i tuoi concerti, e così è stato. Il tempo di riguadagnare le prime file e la band attacca con “Buried Dreams”, seguita da “Incarnated Solvent Abuse”, “Cadaver Pouch Conveyor System” e “This Mortal Coil”; un ideale ponte gettato tra passato e presente e, del resto, sulla caratura della reunion dei Carcass non c’erano dubbi: basta ascoltare “Surgical Steel” per capire che se la band è tornata è per fare sul serio, non per raccogliere le ultime briciole di una notorietà non del tutto goduta ai bei tempi. Ciò è confermato dall’altissimo livello compositivo attuale (che non ha assolutamente nulla da invidiare ai fasti vissuti negli anni ’90), e soprattutto da una scelta stilistica che non si è adagiata sulla scia di “Swansong” (bellissimo disco, e questo va detto, nonostante la band stessa appaia prenderne le distanze) ma ha piuttosto recuperato quanto di più brutale prodotto nei primi dischi aggiungendo quel tocco di melodia tipico del periodo con Amott. E poi, i Carcass sono musicisti raffinati, oltre ad essere dotati di quel tipico aplomb britannico che porta Walker ad elargire, a tempo debito, saggi consigli sull’evitare di acquistare prodotti Line 6 per la propria amplificazione, dopo aver avuto più di un problema con il jack (problema risolto alla radice, Jeff). Va rilevato il ritorno di Steer al cantato attivo, oltre alla sua presenza scenica da grande performer e comprimario di Jeff Walker (in questo, i tour con gli Angel Witch hanno di sicuro giocato un ruolo importante), anche se la sua chitarra ha un volume “leggermente” più alto di quella di Ben Ash (posso capirlo, Bill… sono vezzi a cui è difficile resistere). Dicevamo della raffinatezza musicale ed esecutiva, che diviene emblematica in un pezzo come “The Granulating Dark Satanic Mills” (una sorta di reimpiego delle sonorità del vituperato “Swansong” in contesti più estremi ed oscuri), nonché nella buona resa dei solos di Amott da parte di Ash, nell’ottima performance di Wilding dietro le pelli (sui “nuovi arrivi” l’attenzione è sempre vigile!), ed è confermata dal fatto che un live dei Carcass prescinda dalle strette maglie imposte dai canoni del death metal per percorrere nuove strade, figlie di un intento improvvisativo che ha radici lontane. Sto parlando di “Black Star” che sfocia in “Keep On Rotting In The Free World” (burloni…), e dell’intro che di consuetudine apriva “No Love Lost” nei live qui usato come anticipo di “Heartwork”, oltre che di tutte le code create ad arte, in stile quasi “progressive”. E la parola “progressive” non stona affatto accanto alla precisione chirurgica con cui i quattro hanno sciorinato brani complicati come “Pyosified”, “Corporal Jigsore Quandary” e “The Sanguine Article”, lasciando gli astanti letteralmente a bocca aperta. Essenziale ed efficace l’allestimento, che vedeva scorrere immagini sui pannelli posti a lato, in una sorta di richiamo di scenari di volta in volta distopici o a tema medico/chirurgico che accompagnassero la musica. Le vecchie passioni sono dure a morire, così come l’effetto “vento tra i capelli” su “Heartwork”: solo che il tempo passa per tutti (non solo per me) e la chioma di Walker non è più così folta come nel 1993! Bene, siamo giunti al termine di una grande giornata e non ci resta che rilevare ancora una volta che all’affinarsi della macchina organizzativa dell’Agglutination (senza che il cuore e lo spirito degli esordi ne abbiano risentito) sembra ancora non corrispondere una risposta di pubblico adeguata alla qualità dispiegata. Sembra la solita paternale che ripeto ogni anno, ma se certe cose non le scriviamo neppure rischiamo di iniziare ad abituarci ad una “normalità” che tanto normale non è. Personalmente, al di là del blasone indiscusso delle band in cartellone, credo che il supporto per certe realtà prescinda dai principi teorici e debba essere un qualcosa che va di pari passo con lo spirito con cui si vivono le cose, un principio che porta a partecipare ad un festival per poter godere di tutti gli aspetti ad esso connessi, non ultimo il piano più propriamente “umano” (leggi: incontrare per la prima volta di persona alcuni “compagni di viaggio” con cui si è condiviso tanto, e cose simili). Per questi motivi, non posso che iniziare a scaldare i motori per l’anno prossimo: ci vediamo tutti all’edizione numero ventuno!

Francesco Faniello

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