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Brutal Assault XVIII – Fortezza di Josefov – Jarom??, Repubblica Ceca – 7-10/08/2013

Il Brutal Assault raggiunge la sua diciottesima edizione con in cartellone ben 93 band ed headliner come Testament, Meshuggah, Anthrax, In Flames e Hatebreed. Questo è il resoconto di una delle manifestazioni più disturbanti e amate del panorama europeo.

7 agosto – All'una di un assolato pomeriggio di agosto eccomi finalmente in paese straniero a godermi ben quattro giorni di musica metal al festival più estremo d'Europa. Dopo aver sentito i pareri positivi di amici ma soprattutto di varia umanità incontrata durante il viaggio verso Jarom?? sono molto curiosa di scoprire se il Brutal Assault risulta effettivamente interessante e ben organizzato come dicono, perciò mi dirigo verso le cancellate della manifestazione subito dopo aver piantato in mezzo a terra desolata e senza tanti complimenti la tenda contenente i miei pochi e tristi averi.
Sebbene il festival abbia aperto da un paio d'ore gira già una buona quantità di gente nell'area concerti. Tra un soundcheck e l'altro, la sistemazione dell'impianto luci e gli ultimi preparativi del service per accogliere band di alto calibro, il primo gruppo di cui riesco a vedere la performance sono i Dying Passion, band ceca di marcato stampo goth. Non proprio un marchio caratteristico della manifestazione, ma il quintetto scalda gli animi di noi poveri cristi arsi dal sole e dalla calura estiva. La mia prima e repentina impressione è quella di paragonarli senza infamia né lode ai nostrani Lacuna Coil, ma il parallelismo è forse troppo abusato e ingiusto: la bella Zuzana riscuote gli apprezzamenti della piccola folla e non solo perchè appunto bella, ma anche per la sua voce profonda e vellutata, capace però di diventare grezza e cattiva all'occorrenza. Peccato per le canzoni, scontate come lo sono notoriamente nel genere. Arriva il tramonto e con loro gli E.N.D a proporre un thrash metal simil Sepultura con un pizzico di punk, che non gode esattamente dei miei favori ma che piace molto ai suoi ascoltatori assiepati in transenna. In questo caso perlomeno la band ha senso di suonare: le loro sonorità s'inseriscono nella cornice della manifestazione come interessante apertura a questi quattro giorni di delirio.

Ormai è buio e cerco modo di rifocillarmi. Non che ve ne sia difficoltà, considerando la marea di stand che circondano le mura della fortezza e propongono qualsiasi tipo di cibaria. Mi mancava cenare all'addiaccio con cibi sconosciuti e musica a tutto volume nelle orecchie. Comunque, causa cena (e altri imprevisti, tra cui gentiluomini cechi che mi offrono birra e si ostinano a parlarmi in russo nonsisabene perchè) eccomi correre trafelata ad assistere a buona parte del concerto dei Testament. Sarà per via del fatto che il mercoledì non offre poi così tante band in cartellone, o forse per via di un palco non ancora attivo (l'Obscure stage comincerà a popolarsi il giorno seguente), o semplicemente perchè sono i Testament a suonare, sta di fatto che per la prima volta vedo una folla nell'area palco del Brutal Assault. La cosa non è così scontata. E' ovvio che, in ogni festival che si rispetti e che goda di un running order di elevata qualità si abbia una folla megagalattica dalle nove alle undici di sera, ma alla luce di questa esperienza una cosa che mi ha colpito è che qui non è sempre detto che sia così: più volte ho sbagliato pronostici e mi sono trovata con moltissime persone a orari impossibili o tenui accoglienze per gruppi a cui pensavo si volesse tributare di più.

Riflessioni a parte, i Testament iniziano leggermente in ritardo sulla tabella di marcia. Chuck Billy si presenta con una spada laser come asta del microfono e la sbandiera durante l'infuocato show mentre a lato dello Jägermeister stage si sprigionano dalla fortezza lingue di fuoco. La band californiana si dimostra graffiante, magistrale nell'esecuzione di nuovi brani e di vecchie glorie, fino a chiudere in bellezza con la carica di The Formation of Damnation e il ruggito della massa di sottofondo. Noto che, escluse le prime file, il resto del pubblico sia lì più per gustarsi una band storica che per vero affetto verso i guru del metal, e mi sento un po' meno sola e un po' meno ignorante. La gente è tanta persino sulla collinetta situata al davanti ai due main stages e mi stupisco quando, nel voltarmi, vedo tutte quelle persone guardare la performance come se fosse davanti a uno schermo cinematografico. Era la prima volta che vedevo uno spettacolo simile.

Al ritorno da un chioschetto di birra mi posiziono per assistere allo show degli Hentai Corporation. Non conoscevo per nulla la band, escluso quel poco che avevo ascoltato su internet, pertanto non avevo idea di cosa aspettarmi. Death metal di stampo melodico? Thrash demenziale? Nintendocore? Si presentano cinque musicisti con i capelli lunghi e l'aria a metà fra le rockstar anni '70 e gli sbarbatelli del tanto sbandierato genere indie. Lo stesso cantante sembra una copia un po' più attuale del Robert Plan dei bei tempi andati. Ha pure le sue movenze di una vecchia gloria del rock e la cosa un po' mi fa sorridere, ma vi assicuro che il combo ceco ha guadagnato tutto il mio rispetto nel proporre un sound istrionico e originale. In particolare il leader possiede la notevolissima capacità vocale di passare dallo stile glam anni '80 alla Axel Rose a un growl niente male, accompagnato in maniera tale da mostrare che gli Hentai Corportaion sono portatori di un'insana capacità di proporre dinamiche composizioni a metà fra il rock'n'roll e il thrash metal. Delle bestie da palco che non si sprecano e chiudono in bellezza la serata. 8 agosto - appena apro gli occhi mi rendo conto che questa sarà la prima vera e difficilissima giornata di festival e un po' mi viene male a pensarci. Con coraggio mi dirigo verso l'area dei main stages per ascoltare gli ultimi minuti dei Proximity, band del luogo dedita a un deathcore piuttosto ordinario. A ridosso dell'ora di pranzo assisto alla performance dei Coffins e comincio a entrare nel vivo dei concerti degni di nota. La band giapponese propone un death metal cupo e denso, statuario nelle sue composizioni, che rende poco alla luce del giorno e in termini di presenze. Altra storia con i Decrepith Birth, la cui cassa della batteria risuona senza sosta nel cortile della fortezza e sostiene le linee mozzafiato delle chitarre. La band americana dimostra la sua compattezza nella performance con assoli da capogiro e apprezzo persino le prediche del frontman sull'uguaglianza fra le persone e altre aperture illuministe del genere: trovo sia importante che coloro che calcano le scene, forti della loro influenza sulla massa, trasformarsi in portatori di sani principi.

Il tempo da' tregua e crea un buon set come accoglienza ai Novembers Doom. La band americana, capitanata dall'immenso (in tutti i sensi) Paul Khur è la prima di cui attendo la performance con personale interesse. La presenza di due anime differenti, l'una legata ai toni foschi del doom melodico e l'altra al doppio pedale del death soddisfa la folla e la sottoscritta. La personalità del leader è squisita e la sua voce interessante, autoritaria in entrambi gli stili vocali di cui usufruisce con padronanza sul palco. Mi rammarico di non poter accettare presenziare al live acoustico del giorno successivo, purtroppo ho una fitta scaletta di live da seguire.

Ricomincia a fare caldo e mi ritrovo presso lo stage degli Hacride. Vi rivelo di essermi presentata allo show dopo una discussione con un loro connazionale finalizzata a dimostrare la superiorità delle band dei nostri rispettivi paesi. Una gara un po' ridicola, dettata per lo più dall'alcool, ma questo mi ha messo nella condizione di giudicare, magari un poco soggettivamente, i primi francesi del running order a cui avevo deciso di assistere. Sarà stato l'orgoglio patriottico ma non mi hanno molto colpito: deboli sul palco (a eccezione dell'headbaging sincronizzato non hanno poi dominato così tanto la scena), i quattro propongono pezzi che parrebbero sembrare accattivanti nella loro varietà compositiva ma risultano a tutti gli effetti privi di mordente. Avete presente quando siete a un concerto di una band che non conoscete per niente, ma la musica è talmente trascinante da farvi muovere di continuo? Ecco, purtroppo non è questo il caso.

Dopo aver passato qualche ora in coma in tenda sono pronta per la serata del secondo giorno e mi reco immantinente a vedermi i Gojira. Altri francesi, ma la faida ormai si è allontanata dai miei pensieri, e comunque mai avrei potuto criticare alla leggera un progetto di tale livello. Un ritorno al Brutal Assault molto sentito a giudicare dalla risposta del pubblico: il moshpit si forma in fretta e riesco ad assistere al primo wall of death della mia vita, mentre nelle orecchie passano brani come Explosia, Oroborus e la famosa L'Enfant Sauvage. Le influenze nel loro post-thrash sono molteplici ma riconosco una buona dose di grind con punte black incattivite da ritmi serrati, nel marasma generale plasmato dalle distorsioni delle ritmiche.

La seconda serata poi è epica. Il main stage è letteralmente invaso da un'orda che non accenna ad andarsene se non a tarda notte. Ma d'altronde cosa ci si può aspettare se ti trovi gli Anthrax, i Fear Factory e i Voivod esibirsi l'uno dopo l'altro, a ritmo serratissimo? Ti premunisci della giusta quantità di etilene e ti prepari a farti tre ore in piedi sotto il palco a sgomitare davanti a delle leggende. C'è molta emozione quando gli Anthrax salgono sul palco, e a ben donde. I grandi intrattengono l'enorme pubblico per più di un'ora creando una delle performance più stimolanti della manifestazione. La gente scatenata e assiepata in maniera allucinante sotto le transenne, i giochi di luce e la carica lasciano senza fiato. Chi se ne importa di quello di come hanno suonato quando la risposta e la magia di un concerto è questo? Personalmente non li ho mai ascoltati molto ma, a guardare l'esibizione, non ho potuto che unirmi ai fans adoranti e godermi lo spettacolo.

Sulle note di Long Live Rock'n'Roll a chiusura del sopracitato concerto mi sposto un poco per assistere dal grande schermo allo show dei Fear Factory e dei Voivod. I primi iniziano intorno alle undici a fomentare la folla nella fortezza con Replica, Shock e Powershifter, ma a mio avviso in maniera piuttosto deludente. Sono statici, a tratti noiosi, e nemmeno i cavalli di battaglia sembrano salvare la situazione. A guardarli bene sembrano siano poco concentrati o forse stanchi e questo credo si rifletta in qualche modo nel pubblico che, seppure presente e immenso, risponde in maniera fiacca al confronto con altri live di uguale livello. Dei Voivod riesco a vedere ben poco, ma nonostante tutto non mi sento di aver perso chissà quale concerto: sarà anche un nome di un certo rilievo ma l'esibizione non sortisce su di me alcun attrattiva e quindi li lascio in sottofondo per concludere in modo migliore la mia serata. 9 agosto - La giornata inizia particolarmente tardi per via della pioggia torrenziale che si scaraventa sulla mia tenda durante la mattinata. Non me ne vogliate se il primo concerto a cui assisto sono i Loudblast, e di striscio fra l'altro. La loro performance è esplosiva ma il pubblico pare piuttosto zombie. Questo mi rinfranca un po', per lo meno non sono l'unica i cui bagordi riducono allo stato larvale.

Diciamo che l'onore di capitare per primi alle mie attente orecchie sono stati i polacchi e cattivissimi Hate (nomen omen). Del tutto ignara della loro ventennale storia mi ero preparata ai soliti clichè in salsa black fin dalla prima occhiata lanciata alle loro facce coperte di cerone, ma alla fine ne sono uscita piuttosto compiaciuta. Un mix fra death e black invincibile e atmosferico, penetrante e maligno suonato con precisione chirurgica tra chitarristi mangiafuoco e headbanging sincronizzati on stage. Passiamo poi allo sfortunato concerto degli Orphaned Land e al violento acquazzone durato praticamente il tempo della prestazione degli israeliani. Ci si ritrova in pochi sotto il palco ma la professionalità della band e l'energia di Yossi Sassi e della sua chitarra, unita al misticismo dei brani, fanno dimenticare velocemente di essere zuppi dalla testa ai piedi. Peccato per gli inconvenienti tecnici e i problemi ai microfoni che hanno reso uno spettacolo di mezz'ora o poco più un'impresa di dimensioni bibliche per chiunque, dai musicisti ai tecnici, tuttavia lo show si conclude con la band soddisfatta e i più accaniti fan in visibilio.

In questa cornice post-apocalittica, con il cielo grigio e nuvole veloci che solcano le nostre teste, dopo un rapido cambio in tenda mi ritrovo davanti agli Alcest: ci siamo. E' il secondo gruppo francese che non posso ritenere che fenomenale e mi rendo conto che il mio patriottismo va a farsi fottere. La band pecca forse di poca presenza scenica ma nulla si può dire nell'esecuzione e nella potente magia sprigionata dai loro pezzi. Che siano i più vecchi brani di marcato stampo black o siano le più melodiche elegie alla natura il duo si mostra all'altezza delle mie aspettative e mi lascia sognante e compiaciuta. Ormai invischiata in un meraviglioso romanticismo mi trovo davanti i Fields of the Nephilim e la loro Moonchild fra le altre, che fa tornare alla mente tanti ricordi. La wave anni '80, il new romantic di Depeche Mode e Japan dismette i fronzoli elettronici per fondersi nel goth rock delle origini, dimostrando così la peculiarità di una band di così lunga carriera. Carl McCoy ha una voce profonda e seducente, circondato in un'atmosfera color topazio mentre le chitarre lo accompagnano in modo languido verso la notte.

Il mio lato easy ha vita breve trovandomi subito dopo sommersa dal pubblico dei Meshuggah. Probabilmente uno fra i più attesi dalla manifestazione, il concerto non mi dice niente: certo, gruppo storico con un eccellente passato sulle spalle, moshpit e stage diving, effetti di ogni tipo e Bleed mitragliata a metà concerto, però li trovo un po' spenti. Parallelamente ai Fear Factory del giorno precedente uno dei gruppi più grosso in cartellone mi delude e non capisco se sia per il fatto che questi non riscontrano il mio favore o se oggettivamente la fama e la fortuna li abbia impigriti. Sicuramente i fans delle rispettive band dissentiranno ma comunque mi annoiano, quindi mi dirigo verso l'Obscure stage per gli Atari Teenage Riot, molto più affini ai miei gusti. Il sound industriale, unito all'hardcore dei rave party e condito con slogan da movimento noglobal in aperta critica contro le corporations e lo strapotere del governo americano riempie lo stabile all'inverosimile e manda l'umore degli astanti a mille. Non perdo tempo ad applaudirli che è tempo dei Carcass al main stage, e ve lo dice una che i Carcass li aspetta dal breve concerto a Wacken nel 2008. Ancora freschi di reunion fu tanta l'emozione di vederli insieme con la formazione originale di Swansong (sebbene Owen fosse restato sul palco il tempo di un assolo di batteria) che la valutazione sulla loro performance non era neanche da prendere in considerazione: erano lì e tanto bastava. Ora, con un album in arrivo il mese prossimo e al principio di un tour importante mi aspettavo dei supereroi in jeans e t-shirt, minimo. Molta amarezza, almeno per me, strenuo difensore di un capolavoro come Heatwork. Daniel Erlandsson sostituito da Daniel Wilding potevo anche capirlo, sebbene il confronto fra i due mi portasse a preferire il primo, ma non avere Amott alla chitarra...beh, no. Questo non era da fare. Il concerto è un successo ma io non trovo nulla di spettacolare in questa esibizione, soprattutto nell'esecuzione di This Mortal Coil e di Heartwork: i pezzi risultano sbrodolati e le armonizzazioni assenti. La conclusione è piuttosto triste e io mi chiedo perché mai la sostituzione di uno dei componenti originali della band, anche se sospetto che sia stato Amott a disertare.
Ci si avvia anche alla fine della terza serata con la chiusura dei Cult of Luna. Ricomincia a piovere, fa un freddo cane sono le due e mezza di notte. La gente è ben poca e quasi tutti sono riparati sotto i tendoni a bere o a ballare ubriachi sui tavoli. Io, insieme a pochi interessati, ci rincattucciamo sotto il tendone della Redbull per assistere, da lontano, alla breve tracklist degli svedesi, rovinata da un improvviso svalvolamento del service che alza i volumi delle casse a un livello tale da distorcere in modo fastidioso qualsiasi suono. Il gruppo si comporta bene sul palco ma mi ritrovo in mano con la seconda fregatura della serata, tant'è che non suonano neppure Finland. Spero nell'ultimo giorno e sconsolata vado a dormire.

10 agosto - Per la prima volta in un festival assisto a uno spettacolo teatrale invece che a concerto. Da quel poco che ho capito i cechi Divadlo Marza mettono in scena una ritratto surreale e satirico della nostra manifestazione e questa viene accolta dai loro connazionali ciechi in maniera molto positiva. Capisco però che verrà eseguita esclusivamente in lingua locale perciò lascio gli attori per i Leprous e l'affascinante ed eccentrico Einar Solberg. Anche qui gli inconvenienti si sprecano e la cosa comincia a irritarmi: come è possibile che al termine delle varie giornate gli ultimi gruppi siano in ritardo in maniera spaventosa e la qualità generale del suono continui a peggiorare? Eppure il soundcheck è regolato in maniera tale da sfruttare il tempo dell'esibizione sul palco accanto (per lo meno sui main stages). Allora perchè aggiungere un'ulteriore perdita di tempo con un secondo soundcheck immediatamente prima di qualsiasi esibizione con entrambi i palchi fermi? Senza contare che la distorsione delle casse a opera dei volumi troppo alti continua e per questa esibizione in particolare la tastiera è inesistente. Anche la voce tenta di sparire in alcuni momenti ma sembra che qualcuno riesca a sistemare la situazione e l'esibizione si stabilizza. I Leprous si impongono sulla scena, disturbanti e drammatici, sebbene il loro progressive non sia molto facile a digerire al primo ascolto, tanto che il pubblico rimane piuttosto freddino rispetto a tante altre performance di minore impatto a cui ho assistito. La cosa migliora un po' con Ihsahn e il suo omonimo progetto. Con il suo black sperimentale l'atmosfera si evolve verso tinte più cupe e soffocanti che seducono molto di più la folla, o forse è dovuto al nome del frontman del progetto, non so. Sicuramente è impossibile e sbagliato paragonarne il repertorio con quello della band precedente, nonostante compaiano gli stessi musicisti e si esibiscano con dieci minuti di distanza. Va detto però, per correttezza, che Ihsahn ci mette giusto la voce e le canzoni, mentre la presenza va agli infaticabili musicisti e alla loro abilità tecnica.

E' l'ultimo giorno di festival e vago su e giù per la location in modalità shopping estremo, purtroppo le bancarelle delle distro vendono titoli piuttosto lontano dai miei gusti e le uniche cose che mi ritrovo a valutare se comprare o meno sul serio è il cofanetto dei dischi dei Carcass. Ci penso seriamente mentre mi dirigo a sentire gli ultimi minuti dei Trivium giusto per dovere di cronaca: le equalizzazioni dei volumi sono fastidiosissime e la batteria copre il resto degli strumenti. Abbandono per manifesta insofferenza. Scende la sera e raccolgo le ultime forze per assistere alla fine della manifestazione. Nel main stage e vengo accolta dagli spettacolari Behemoth. I polacchi si presentano sul Jägermeister stage come sacerdoti del male, circondati da spaventose strutture d'acciaio, suonando Demigod e Conquer All e portano a casa un buon show ma personalmente preferisco gli Hate del giorno prima, se posso rischiare un paragone. Decido che ne ho abbastanza di facepainting per questa vacanza così mi ritrovo ad ascoltare i cechi The Fall of Ghosthface, gruppo da cui scappo quasi subito per pietà alle mie orecchie. A parte il fatto che anche all'Obscure stage cominciano a tirare su i volumi a caso rovinando la qualità delle esibizioni, ma il loro metalcore scade veramente nella banalità ed è piuttosto raffazzonato. Thank god, ecco gli Opeth. Mi ritrovo in transenna senza difficoltà pertanto potete immaginare quanta poca gente sia raccolta. Poca in maniera relativa, ovviamente… sono pur sempre headliner, ma la quantità di persone è molto più resegata rispetto ai live dei Carcass o dei Testament, ma è un peccato perchè i volumi sono ritornati nella normalità e finalmente i suoni sono a posto. Mike Åkerfeldt è estremamente umile al microfono ma conquista i cuori di tutti noi ascoltatori con Atonement, Deliverance e Blackwater Park. E' un concerto metafisico, introspettivo e solitario, a cornice di una notte buia e fresca.

A concerto finito abbandono gli Opeth con malinconia e vado ad assistere alla perfomance degli Aborym. Grande carica nonostante sia l'una di notte e la stanchezza si faccia sentire sugli avventori del festival, a eccezione di un nugolo di italiani sistematisi appiccicati al palco intenti a fare un casino pazzesco, accompagnando nella migliore delle maniere le atmosfere industrial e grezzissime dei tarantini. Concerto violentissimo a cui non riesco ad assistere che da una panchina piazzata nel parco adiacente al fabbricato insieme a un francese svolazzante nella bandiera nazionale e un ceco in una specie di coma etilico, o coma e basta. Il cambio di sound mi ha piuttosto provata e non me la sento di rischiare ad avvicinarmi a tale bordello e farmi venire una crisi nervosa. E comunque, a giudicare dalla gente seduta vicino a me o nei dintorni non sono l'unica a mal sopportare la situazione. Chiudo questa avventura con i Saturnus che, ahimè, godono di ancora meno presenza di pubblico sebbene il loro doom metal valga l'ascolto. Ormai la gente si defila verso la propria dimora o ai tendoni per l'ultima birra mentre i danesi ci accompagnano sognanti verso i cancelli.

Serena

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