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Agglutination Metal Festival – Senise (PZ) – 10/08/2013

Anno nuovo, Agglutination nuovo. Quello sembra ormai essere un appuntamento con un ospite fisso, ben gradito e conosciuto non ha certo bisogno di presentazioni presso gli addetti ai lavori, siano essi musicisti, giornalisti o semplici aficionados. Certo è che la cadenza annuale di un festival di questo calibro non è mai scontata, pena le solite difficoltà da affrontare in un panorama italiano in generale, meridionale in particolare. Ed è pur vero che il presente report parte da una serie di constatazioni amare, prima fra tutte l'effettiva difficoltà, annunciata dall'organizzatore Gerardo Cafaro, nel poter prevedere una nuova edizione nel 2014. Organizzare un evento di simile portata non è in effetti uno scherzo, e solo chi è avvezzo a combattere contro i mulini a vento – in qualsiasi campo – può comprendere a fondo lo stato d'animo di Gerardo, ben espresso in un comunicato diffuso a kermesse conclusa, con le luci della ribalta che si spengono lasciando tutti a discutere di bilanci e quadrature. Non si può però non puntare l'indice su un generale disinteresse che, complice ma non giustificatore assoluto un tempo meteorologico quanto mai ballerino, ha lasciato a casa i più. Si può discutere su quanto in tanti siano demotivati dalla dimensione live di un certo genere di musica o sul fatto che si tenda a snobbare i festival a carattere "egualitario" in favore dei concerti dei grossi nomi, ma un simile atteggiamento non fa di certo bene: vedere lo stadio di Senise semivuoto è uno scenario desolante, poiché al di là dell'effettiva passione dei convenuti (mille? duemila? non sono in grado di fornire cifre) un festival va avanti se ottiene una risposta forte. E questa risposta non c'è stata, o se c'è stata è stata davvero parziale, e inadeguata all'offerta proposta. Eh sì, perché se è vero che il legame affettivo con il festival più importante della regione (nonché uno dei più importanti a livello nazionale) c'è e si fa sentire anche nei miei lusinghieri commenti, è pur vero che quest'anno erano presenti tre punte di diamante del metal mondiale, illustri esponenti di altrettanti sottogeneri in cui ama declinarsi l'universo dell'heavy metal. Marduk, Stratovarius e Overkill: non proprio la bill di un festival di provincia, e sicuramente un cartellone che rappresenta un importante e soddisfacente punto di arrivo per l'Agglutination. Come valore aggiunto, l'edizione 2013 (la diciannovesima) prevede due palchi uno accanto all'altro per rendere più agevoli gli avvicendamenti e soprattutto si svolge in una location inedita, lo stadio di Senise, che ha come vantaggio l'essere adiacente alla statale Sinnica e dunque risparmiare ai fans i consueti tornanti, senza però che venga sacrificato l'impagabile scenario montuoso che circonda il luogo. Se mi è concessa un'unica nota critica, questa sta nei gruppi italiani presenti in scaletta. Sarà che in generale Eldritch e Heavenshine non incontrano i miei gusti musicali, però devo dire che quest'anno mi è andata proprio male. E sì che in genere plaudo alle inclusioni in scaletta degli artisti tricolori, tanto da incensare la presenza dei Rhapsody Of Fire nell'anno precedente come il vero fulcro dell'edizione, a scapito degli spompati Dark Tranquillity. Fortuna che c'erano i Natron a tenere alta la bandiera dell'italianità, con le loro bordate secche e quadrate di brutal senza compromessi supportate da un bassista che è un vero e proprio ragnetto sui tasti, a partire dall'ultimo e suntuoso "Grindermeister" fino agli estratti dagli album precedenti. Bavaro non si risparmia dietro il microfono e sul palco, e lo stesso vale per il fondatore e mastermind Max Marzocca. Un sound quadrato e violento, monolitico se volete, ma in grado di non far gridare all'ennesima "approssimazione italiana" di cui non mancano vari saggi, neanche nella presente kermesse. Sarebbe bastato accoppiare ai grinders baresi un degno contraltare del calibro dei Glacial Fear e non avrei potuto chiedere di più…

È la volta degli Eldritch, storici esponenti del power/prog italico. Nonostante il loro valore storico, e il fatto di essere stata una band "di transizione" tra la scena degli anni '90 e la successiva esplosione di mostri sacri come Labyrinth e Rhapsody, i toscani non mi hanno mai convinto appieno. Sarà per la mia scarsa empatia con la timbrica vocale di Terence Holler, sarà perché in genere sono molto esigente con le proposte "raffinate", abbassando decisamente il tiro con tutto ciò che è stradaiolo e diretto. Comunque sia, ho trovato la band in una veste più "dura" del solito (complice l'apporto growl delle backing vocals del bassista), con i classici "The Blackened Day" e "The World Apart" (dall'album quasi omonimo) molto apprezzati dai fans e supportati da un ottimo lavoro di lead guitar.

È ancora giorno e salgono sul palco gli Heavenshine, nati dalle ceneri dei Marshall. I più attenti ricorderanno che lo storico combo partenopeo era stato headliner della primissima edizione dell'Agglutination, molto tempo prima di presentarsi con un nuovo monicker e in una rinnovata veste che vede il gruppo ruotare attorno alla figura della bravissima soprano Miriam Cicotti, e attestarsi su lidi progressive con decise iniezioni di teatralità. Tuttavia, ciò che non va è soprattutto il suono, con lo scarso bilanciamento delle voci di cui risente soprattutto lo spessore delle chitarre. A risentirne sono anche le orchestrazioni di Marco Signore alle tastiere, che appaiono spompate in una cornice sonora non di certo degna di una simile posizione in scaletta. In più, gli inserti vocali di Signore si mostrano deboli in più punti, come emerge nella versione symphonic power di "The Phantom Of The Opera" di Andrew Lloyd Webber (una cover che, ahimè, risente sin troppo dello schiacciante confronto con il precedente contributo dei Nightwish). Neanche la partecipazione di Kevin dei britannici Lord Byron come guest serve a farmi togliere la sensazione di incompiuto che ha accompagnato la performance degli autori di "Black Aurora", a cui comunque auguro di farsi valere in contesti ben più congeniali al loro tappeto sonoro.

Il buio stenta ad avvicinarsi, e tuttavia tocca già ai Marduk. La sensazione è di sicuro straniamento, ma di certo i pionieri del black metal svedese – secondi per cronologia solo agli immensi Bathory – non la mandano a dire. Il quartetto apre con "Nowhere, No One, Nothing" , ed è subito massacro. C'è spazio per il ripescaggio dal primo album "Dark Endless" della mortifera e cadenzata "The Black...", seguita dal death'n'roll sbilenco di "Imago Mortis". La cadenzatissima "Temple Of Decay" imprime il suo marchio in una performance di sicuro valore, e che non manca di farmi apprezzare una band esponente di un genere da me notoriamente poco digerito. I die hard fans non saranno sicuramente d'accordo, ma il "nuovo" corso con Mortuus alla voce è sicuramente lo specchio della maturazione di una band che si è sempre mostrata al passo con i tempi.

Per ironia della sorte, il buio arriva abbastanza in tempo per incorniciare la performance degli altri scandinavi presenti in scaletta. Ebbene sì, tocca agli Stratovarius, una delle metal band più amate dai fans del power. Una quindicina di anni fa i finlandesi erano i veri e propri alfieri di un ritorno di certe sonorità assimilabili agli Helloween dei due Keepers, guidati com'erano da Timo Tolkki, sorta di Malmsteen in salsa suomi con in più una maggiore dedizione al puro metallo e una minore all'onnipresenza dell'ipertecnica. Lezione di neo power a parte, sono certo che una buona parte del pubblico fosse lì per loro, e nonostante gli autori di "Visions" non mi abbiano mai convinto al 100% grande è la curiosità nel vederli all'opera. Tolkki non è più della partita, e lo stesso vale praticamente per ogni membro fondatore, tanto che il timone della band è praticamente in mano ai soli Kotipelto e Johannson. Un'intro epicissima non è altro che l'antipasto per "Under Flaming Skies" e soprattutto per il classicone "Speed Of Light", accolta con il massimo calore dal pubblico. Da registrare che, sebbene la voce di Timo Kotipelto non sia più quella di una volta, il talentuoso singer riesca a portare a casa una performance di tutto rispetto, chiaro specchio della sua incredibile esperienza on stage. È così che scorrono "Black Diamond", "Kiss Of Judas" (introdotta da un assolo di basso) e anche le nuove "Dragons" e "Fantasy" tratte dall'ultimo "Nemesis", un disco che sembra essere un ritorno in grande stile dopo più di un passo falso in passato. In sostanza, un'esibizione che avrà soddisfatto quanti erano convenuti principalmente per gli Stratovarius; personalmente non posso non registrare l'ottima impressione ricevuta dallo stile malmsteeniano del "nuovo" chitarrista Matias Kupiainen (in realtà con la band sin dal 2008), l'emozione per essere dinanzi ad un autentico mito delle tastiere qual è Jens Johansson (il cui nome è scolpito nella leggenda dei primi dischi a firma Yngwie Malmsteen's Rising Force), ironicamente incensato da un volume spropositatamente alto ad inizio concerto, e soprattutto la grande risposta di pubblico di "Hunting High And Low", un inno che è riuscito a coinvolgere anche i blacksters più incalliti…

Se è vero che le precedenti performances hanno presentato più di un ottimo spunto, per avvicinarsi alla perfezione occorre attendere l'ultimo dei gruppi in cartellone. Si è detto di come i Marduk mostrino il loro "volto più maturo" anche dietro all'onnipresente face painting; si è detto di come gli Stratovarius siano riusciti a convincere i presenti "nonostante" di acqua sotto i ponti ne sia passata; chi invece non sembra sentire il peso degli anni sono gli Overkill. Oltre ad essere un esempio di coerenza e di inossidabilità, oltre a presentare una sconfinata discografia in studio che non accenna a mostrare la buccia (ne è esempio l'ultimo, ottimo "The Electric Age"), sono la vera e propria band simbolo dell'Agglutination, dato che nel 1997 Gerardo Cafaro e soci, con un vero e proprio coup de thé?tre, riuscirono ad includerli come headliners della terza edizione mantenendo l'ingresso gratuito. Fu l'inizio di una storia che è giunta sino ai giorni nostri, e che ha visto avvicendarsi su quel palco le più disparate realtà del metal internazionale, testimonianza dell'incessante impegno profuso. Ma veniamo ai newyorkesi… il colore dominante del palco diviene l'onnipresente verde, ed è un attimo prima che giunga l'attacco al fulmicotone di "Come And Get It", anche opener dell'ultimo disco. Iniziare bene è facile, continuare meglio non lo è, ma i cinque piazzano sul tavolo "Rotten To The Core" vincendo la sfida a mani basse. Il resto del concerto scorre tra classici vecchi e nuovi, con "Bring Me The Night", "Electric Rattlesnake", "Iron Bound" e "Save Yourself" a rappresentare gli ultimi fortunati dischi e l'anthemica "In Union We Stand", il capolavoro di scuola speed "Elimination" e la cover di "Fuck You" a richiamare i primi anni di attività della band. Se Bobby "Blitz" è evidentemente preso bene e non manca di citare la storica esibizione della band avvenuta sedici anni prima, come di consueto è DD Verni il vero e proprio regista di una macchina di guerra che non lascia prigionieri e convince con il suo thrash metal di scuola East Coast. Il riccioluto frontman incita il pubblico sulla storica "Fuck You" ("sounds like Austria" è il suo commento ad un coro sulle prime poco convinto, quasi a far leva sul sentimento mediterraneo degli astanti) riuscendo a far dimenticare tutto l'amaro in bocca dovuto ad un'affluenza niente affatto all'altezza della qualità delle band in cartellone. In definitiva, peggio per chi non c'era, direbbe qualcuno. Tutti gli altri si sono portati a casa un pezzo di Storia, presumibilmente a pochi chilometri da casa. Nonostante tutto, la speranza resta: l'appuntamento è per l'anno prossimo!

Francesco Faniello

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