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Steel Fest - Bologna - Estragon - 05/11/2011

Seconda edizione dell'appuntamento dedicato alle forme più classiche di heavy metal a cura di Bologna Rock City. Ancora scosso dal British Steel Fest dell'anno scorso, dedicato al trentennale della NWOBHM, e dalle magnifiche prestazioni di Demon, Diamond Head e Angel Witch, mi appresto a raggiungere un Estragon avvolto da una pioggia battente che non ha comunque scoraggiato i tanti metalheads accorsi. La scaletta dello Steel Fest 2011 appare leggermente eterogenea rispetto all'anno precedente, pur rispettando il comune denominatore dettato dall'heavy classico. La particolarità dell'edizione 2011 è l'aver spostato l'ottica dalla buona vecchia Britannia al resto del mondo, con la presenza di artisti provenienti dalle scene nazionali europee e il ruolo di headliners affidato agli statunitensi Virgin Steele. Innanzitutto, è doveroso fare ammenda ai Tarchon Fist: sono arrivato alla fine della loro esibizione, e me ne rammarico, data l'ottima impressione ricevuta dal combo bolognese in occasione della loro partecipazione primaverile all'Acciaio Italiano Festival di Mantova.

Si inizia con i Picture, longeva realtà olandese degli anni '80 responsabile dell'album di culto "Heavy Metal Ears" nel lontano 1981, qui protagonisti di una performance viscerale e tagliente, molto influenzata dal sound dei primi Saxon. Il combo guidato da un Peter Lovell dai lunghi capelli di un biondo tendente ormai al bianco sciorina immediatamente i due classici "Heavy Metal Ears" e "Diamond Dreamer", per poi regalarci "Battleplan" – un assaggio dell'imminente come back album "Warhorse" – "Shadow of the damned", dalle sonorità oscure e dal ritmo inusuale, e "You're all alone", qui riproposta in una versione più sleazy. Gli anni passano per tutti, e per alcuni passano anche più velocemente che per altri, ma la tenacia della band e l'entusiasmo dimostrato in questa sede giocano senz'altro a favore.

È l'ora dell'ultimo gruppo italiano in scaletta, gli altoatesini Skanners, molto osannati dalla stampa dell'epoca (e altrettanto odiati dall'underground death/thrash dello stesso periodo!). Una band che non le manda certo a dire, e una performance caratterizzata dalla presenza del carismatico frontman Claudio Pisoni, dotato di quel cipiglio e di quella sicurezza di chi ha condiviso i palchi con artisti del calibro dei Deep Purple e sente di giocare in casa in un contesto internazionale come è quello dell'Estragon. Inizio che più classico non si può, con la roboante e diretta "Welcome to Hell", per poi passare al primo dei tanti estratti dall'ultimo album "Factory of Steel": "We Rock the Nation" è senz'altro l'espressione di una raggiunta maturità compositiva da parte dei bolzanesi, che uniscono alla pulizia del suono e alla discreta tecnica strumentale un cantato reminescente del miglior Vescera, con una timbrica leggermente più rauca. Lo stesso discorso non vale per altri brani tratti da "Factory of Steel", quali "Never give up" e "Hard and Pure", forse un po' troppo legati ai classici clichés dell'hard rock anthemico. Tuttavia, la presenza in scaletta di un singolo come la recente "Iron Man" innalza il livello dell'esibizione, caratterizzata anche dall'ottima performance del giovanissimo drummer Pandemonium, e in generale dalla stretta vicinanza tra Pisoni e il suo pubblico.

Premesse buone ma non troppo esaltanti, dunque. Meno male che arrivano gli Angel Witch a risollevarmi il morale, e a ravvivare ancora una volta il mio spirito filo-britannico. Eh sì, perché questi quattro inglesi, tra cui spicca la piacevole riconferma di Bill Steer, danno ancora una volta una lezione di stile. Non vorrei ripetermi, perché ho l'impressione di aver detto tutto quello che c'era da dire in occasione del report dell'anno scorso: confermo soprattutto il fatto che la band appare quadrata e compatta, e che Kevin Heybourne, con il suo classico aplomb britannico, ha saputo tenere la scena in maniera magistrale per un'ora di concerto. L'inizio è ancora una volta affidato alla coppia di assi "Gorgon" e "Confused", cui fa seguito la sofferta e magniloquente "Sorcerer", caratterizzata dal duetto Heybourne/Steer in armonizzazione: uno di quei brani che potrebbe anche essere stato scritto in questi anni, e risultare comunque geniale. L'intro in flanger di "White Witch" ci precipita direttamente nel 1980, e la bellissima "Atlantis" ci mantiene sospesi in una dimensione atemporale, rotta bruscamente dal terremotante incipit di batteria di "Angel of Death". La chiusura affidata ad una "Angel Witch" cantata a squarciagola dal pubblico e arricchita da una coda sulfurea e doomeggiante è la migliore fotografia di una delle più preziose realtà della NWOBHM. I detrattori potranno anche osservare che la band non è mai riuscita a ripetere l'alchimia presente nel fantastico album di debutto, e tuttavia l'energia sprigionata sul palco dell'Estragon dagli Angel Witch non si è esaurita di un grammo a distanza di un anno. Come sempre, restiamo in trepidante attesa di un nuovo album in studio che, ne sono sicuro, trarrebbe grandi benefici dall'apporto compositivo che il buon Steer saprà offrire.

Nel 1995 ho acquistato "Live at Last", testimonianza live di un concerto tenuto in Giappone per il decennale della NWOBHM, che vedeva protagonisti i Praying Mantis con ospiti di lusso come Dennis Stratton (poi entrato nella loro line-up per un certo periodo) e l'inossidabile Paul DiAnno. A parte metà della scaletta dedicata alla magistrale esecuzione di classici tratti dai primi due album della Vergine di Ferro, cantati da un DiAnno in forma smagliante, ebbi così l'occasione di conoscere un gruppo che mostrava un lato più gentile e melodico del glorioso genere britannico. Premessa doverosa per capire le aspettative che avevo di fronte al redivivo quintetto guidato dai fratelli Troy. Aprono le danze "Children of the Earth" e "Panic in the Streets", entrambe tratte dal seminale primo album "Time tells no lies". Tino Troy appare fluido e rilassato nel bel mezzo del wall of sound, qualcun altro un po' meno. A partire dall'attempato drummer, che attacca i brani a velocità molto ridotta, riducendone di molto l'impatto, per finire a un Mike Freeland che si mostra sicuramente a suo agio negli episodi più melodici che hanno segnato gran parte della carriera della Mantide Religiosa. E in effetti, benché siano stati il volto romantico della NWOBHM negli anni dell'underground, la maggior parte della discografia della band presenta una virata verso un hard rock di stampo americano, di cui sono emblema brani quali "Can't see the angels", la dolcissima "Turn the tide" e "Don't be afraid of the dark", con pompose sonorità che strizzano l'occhio ai Queen, fino alla citazione di "We will rock you" durante l'esecuzione di "Highway".
C'è spazio per una bella versione di "Running for tomorrow", che Freeland presenta come prima esecuzione dal vivo del classico di "Time tells no lies" – evidentemente dimenticando la versione presente su "Live at Last", cantata dallo stesso DiAnno – e per il gran finale con "Captured city". Il marchio di fabbrica costituito dai cori e dalle doppie voci di chitarra è rimasto invariato negli anni, pur passando attraverso le varie evoluzioni, e Tino Troy resta sicuramente il perno della band; ciliegina sulla torta, l'annuncio della registrazione di un live album che comprenderà l'esibizione allo Steel Fest, per la gioia dei fans.

Siamo dunque alle battute finali, con l'ingresso in scena dei Virgin Steele. Sarò una voce fuori dal coro, ma la presenza di una band americana come headliner di una serata di stampo britannico mi ha fatto un po' storcere il naso: sarà perché David DeFeis e soci non mi hanno mai convinto appieno, sarà perché li ho sempre considerati una versione un po' prog e un po' da opera rock dei Manowar. La loro esibizione ha in gran parte confermato questa mia idea, fermo restando il fatto di avere dinanzi una realtà musicale che, piaccia o no, vanta un seguito invidiabile di aficionados, molti dei quali convenuti appositamente per loro. Tanto di cappello dunque ad un DeFeis in gran forma, sorretto dai suoi frequenti inserti di tastiera e dall'ottimo lavoro dell'axeman Edward Pursino. L'attacco esplosivo di "Dust from the burning" infiamma i fans, e il singer tiene banco nella successiva "The wine of violence", con una performance a metà tra la fisicità di David Coverdale e il miglior Eric Adams. Il commosso e sentito riconoscimento ai fans in occasione dell'esecuzione di "Noble Savage", e il giusto tributo pagato da questi ultimi allo storico combo statunitense sono, in definitiva, l'essenza stessa di un festival che ancora una volta riesce nel suo intento. E questo, per usare una metafora trita e ritrita, è stato forse il gol più bello...

Francesco Faniello

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