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Total Metal Fest 2010 - Demodè club - Bari - 25/09/2010

Tra le poche certezze di noi metallari terroni c’è il Total Metal Festival. A otto anni di distanza dalla prima edizione, il festival si è dimostrato ancora in grado di crescere, in controtendenza con quello che avviene a livello nazionale (basti pensare alla kermesse metal principale del nostro paese, quel Gods Of Metal disertato quest’anno da molti metallari delusi dal cartellone a dir poco ignobile). Nonostante la pioggia, il carrozzone messo su dalla Vivo Management è andato avanti, forse perdendo qualche acquirente dell’ultimo minuto, soddisfacendo comunque la fame di metallo dei presenti con un menù vario. Non sono mancati i soliti stand (belle le nuove magliette del festival), ben riparati dalla pioggia, e una sorpresa gradita come il fumetto celebrativo dell’evento contente ben due racconti: uno avente come protagonista Heavy Bone (personaggio creato da Enzo Rizzi, habitué del festival) alle prese con un’avventura proprio al Total Metal e l’altro racconto che ripercorre la storia del festival.

La struttura del Demodé, terza edizione in questa location, appare leggermente modificata rispetto agli altri anni, soprattutto la sala concerto nella quale il mixer spostato su un lato ha garantito un maggiore spazio al pubblico.
L’avventura di Raw And Wild al festival inizia con il secondo show, quello dei baresi Private Kill, che sono saliti sul palco al termine dell’esibizione dei Joanna And The Loud Shooters. La band formatasi anni fa, solo da qualche mese ha iniziato a muoversi “seriamente”, arrivando a vincere anche il contest Rock Targato Italia. I PK, soliti a salire sul palco con indosso delle maschere, hanno offerto al pubblico una manciata di pezzi (“Breakin’ Down”, “Inside Of Me”, “Twilight” e “Fall”) che si muovono su coordinate stilistiche, rock alternativo-metal più elettronica , inedite per il Total (a conferma della vocazione del festival per le sonorità più svariate). Uno show di cui essere soddisfatti.

Setlist ridotta per gli Insidexile, che a causa di alcuni ritardi organizzativi (è il duro destino delle band che aprono i festival) hanno potuto eseguire nel tempo a loro disposizione solo tre brani: l’omonimo, “Reborn” e “Llamb To The Desert. Un metal estremo moderno e con varie influenze, che lascia ben sperare vista e considerata la giovane età dei membri del gruppo.

Nomi più o meno noti della scena barese e, perché no di quella internazionale (vedi componenti dei Natron), si celano dietro al monicker Southborn. Ancora una volta sonorità completamente diverse da quelle dei gruppi saliti precedentemente sul palco: questa volta un rock sudista, ricco di groove che ricorda band come C.O.C., Crowbar e la scena NOLA in genere.
Si esce dai confini pugliesi con i thrasher casertani Soul Bleed. La band, scelta come spalla per due date in compagnia dei God Dethroned, ha regalato al pubblico una manciata di brani in stile thrash Bay Area.

Con i Cast Thy Eyes incrocio la prima band a me nota. In passato ho avuto modo di recensire il loro album d’esordio, mentre il fresco d’uscita We Burn Into The Cold Eyes Of The Sun (del quale sono stati proposti ben tre brani: “Paranoia”, “In Absence Of Light”, e “Motionless”) è stato ugualmente ben recensito sulle nostre colonne virtuali. Gli altri brani in scaletta sono stati “The Seed Of Anguish”, “Icebox” e “Die One Day”. Prestazione la loro che ha soddisfatto più d’un presente.

Ho avuto modo di recensire anche i romani Lunarsea ai tempi della pubblicazione del loro album Route Code Selector e in quell’occasione accusai la band di eccessivo formalismo. Il disco mi aveva poco convinto, per questo aspettavo l’esibizione barese per ricredermi o confermare la prima impressione. Anche questa volta i capitolini non mi hanno entusiasmato con il loro death melodico (genere che in verità non è che apprezzi più di tanto), però le impressioni raccolte durante e dopo il festival hanno evidenziato un sostanziale gradimento da parte del pubblico. Ancora una riprova del fatto di quanto io capisca poco di musica.

Si resta nella capitale con i The Prowlers, monicker maideniano e sonorità power. Il gruppo ha dimostrato una buona padronanza della scena, l’esperienza non manca essendo il combo fresco autore del terzo album, quel Re-evolution qui presentato con ben tre pezzi (“Red Smoke”, “The Real Me” e “Your Conscience”). Peccato che l’acustica abbia penalizzato la voce del singer Fabio Minchillo (i problemi con le “voci alte” sono stati una delle poche pecche della kermesse).

Con i Sawthis arriviamo, a mio avviso, all’esibizione più convincete della giornata. E dire che io sono poco avvezzo a certe sonorità! Duri, incazzati e pieni di adrenalina. Questi aggettivi sono bene esemplificati dalla figura del singer Alex, vero ossesso. Anche qui l’esperienza non manca, considerato che la band ha fatto circolare il proprio nome (in precedenza Sothis) nell’underground italico con costanza. “Him_Mortality”, “Mr Zero”, “Act Of Sorrow” e “Vanity” sono stati i brani estratti dal nuovo lavoro Egod. Ancora complimenti.

Faccio ammenda e ammetto la mia completa ignoranza in materia Kissin’ Dynamyte. I tedeschi si stanno giocando le proprie carte in tour europeo in compagnia di Elvenking e Primal Fear, e, a giudicare dall’accoglienza man mano sempre più calda del pubblico barese, ci stanno riuscendo alla grande. In tutto e per tutto votati al verbo dei Motley Crue, questi giovinastri hanno divertito con il loro hair metal, e brani come “Addict To Metal” e “Supersonic killer” sono stati una bella scarica di energia per il pubblico presente.

Chi di voi era già presente sulla scena metallica di fine anni 80 inizi anni 90 ricorderà le dispute tra glamster e thrasher che occupavano le colonne dell’ormai defunto HM. Beh, il tempo ha sancito una tregua e sul palco del TMF è avvenuta la pacifica convivenza dei due sottogeneri del metal. Così i tedeschi hanno lasciato il posto a un’altra delle realtà più longeve e interessanti del sottobosco nostrano: i Methedras. Anche in questo caso un’esibizione massiccia che ha scatenato a più riprese il pogo dei presenti dall’intro sino alla conclusiva “Civil War”, passando per brani come “Flag Of Lie” e “Subversion”. Complimenti anche a loro.
I primi cori d’invito a salire sul palco, li ho sentiti nei confronti degli Elvenking. Questa la dice lunga sulla fama che gli italiani hanno saputo guadagnarsi in questi anni. Con il nuovo album appena pubblicato, Red Silent Tides, ma già assimilato dal pubblico (come ha dimostrato l’accoglienza riservata alla nuova “Your Heroes Are Dead”), la band ha evidenziato dal vivo un’attitudine più power che folk (anche se le due anime che caratterizzano il sound della compagine comunque convivono). Peccato che il violino sia apparso un po’ sottotono. Io preferisco la band in versione acustica, come nell’album Two Tragedy Poets (...And a Caravan of Weird Figures), ma nulla toglie che oggi gli Elvenking siano una delle realtà in ascesa del panorama power folk.

Mastodontici sul palco appaiono i God Dethroned, band di onesti lavoratori del metallo che pur non raggiungendo mai livelli altissimi di notorietà, hanno negli anni ricavato un posto nei cuori dei death\black maniac continentali. Esibizione senza fronzoli, che ha visto i tedeschi annichilire il pubblico sotto una cascata di riff. Visto che dopo ben venti anni di onorata carriera il combo non ha ancora pubblicato materiale dal vivo (se si eccettua i vari bonus cd acclusi nelle edizioni limitate di alcuni studio album), occasioni come il Total Metal diventano ghiotte opportunità di poter ascoltare delle versioni più dure di brani come “Soul Sweeper”, “Villa Vampiria” o “Serpent King”.

Non nascondo che la band che più aspettavo era quella dei fratelli Björler. Prima lo scioglimento degli At The Gates, poi le voci di una nuova band, così quando 1998 mi ritrovai con l’esordio dei The Hunted tra le mani, ero bello che cotto a puntino. Quel disco mi entusiasmò, mentre il suo successore un po’ meno. Forse per questo pian piano ho abbandonato il gruppo al suo destino, fatto di sonorità a me sempre meno care. Oggi gli svedesi sono una delle band fondamentali della scena, un sacco di cloni si aggirano sulle assi dei palchi continentali, ma il confronto con i maestri è impari. Pur avendo fatto ammenda per il mio allontanamento dagli scandinavi, devo ammettere che dal vivo sono tre spanne sugli altri. Il concerto è stata una scheggia (metallica) impazzita e tagliente. Senza album da promozionare, il gruppo si è dedicato a un excursus sulla propria discografia, riproponendo in parte una scaletta simile a quella Road Kill, disco live pubblicato lo scorso aprile.

Il bello del Total Metal è che incontri gli artisti, da quelli meno noti a quelli più famosi, nel cortile antistante alla sala concerti. Difficilmente qualcuno di loro ti nega una foto o un autografo. Se la palma dei più arrapati è andata ai Kissin (ma come si fa a rimorchiare vestiti da puttane?), quella del più disponibile è andata al gigantesco Ralf Scheepers che ha fatto incetta di scatti (ho assistito a una scena in cui era lui ad attaccare bottone, chiaramente con una ragazza…). Penalizzati dall’acustica più dei The Haunted, i Primal Fear hanno fatto uno show che ha entusiasmato l’ormai stanco pubblico (forse eccessivo il numero di band in scaletta). Anche in questo caso la band si è concentrata sul back catalogue non avendo un nuovo lavoro in promozione e, così come è capitato per gli svedesi prima di loro, il concerto è stata una riproposizione di quanto contenuto nel Live In USA da poco uscito per la nostrana Frontiers. Prova muscolare (non è una metafora, il buon Ralf non perdeva occasione per mettere in mostra i sui bicipiti), forse un po’ troppo ricca di cliché, ma il nostro genere è fatto anche di queste cose.

Come ho detto prima è stata una maratona durata mezza giornata, condita di alti e bassi, ma sicuramente più che sufficiente. Senza dubbio l’evento meritava una cornice di pubblico più numerosa, ma probabilmente in molti hanno preferito non esporre le proprie borchie al rischio ruggine, riparandosi nella propria casetta in attesa di una bella siccità…

g.f.cassatella

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