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British Steel Fest - Bologna - Estragon - 07/11/2010

Grande era l’attesa per un evento che ha scosso Bologna, portandola in primo piano tra le città organizzatrici di festival. Signore e signori, il Bologna Rock City è riuscito nell’incredibile intento di organizzare il British Steel Fest, con Angel Witch e Diamond Head! Affluenza discreta, e suono apprezzabile (oltre alla birra a fiumi…) hanno condito la serata, sicuramente uno degli eventi heavy metal dell’anno. In generale, è comunque la musica ad aver fatto la parte del leone, con un’atmosfera che ha davvero riportato l’Estragon indietro nel tempo traslandolo al contempo verso la Londra del 1980, complice anche un pubblico devoto alle band non proprio di primo pelo presenti, e sorprendentemente composto sia da veterani sia da giovani leve, a testimonianza di come la qualità non risieda solo nel successo ottenuto negli anni d’oro, ma passi attraverso la coerenza dimostrata da band meno fortunate del trittico Iron Maiden/Saxon/Def Leppard, con cui molti degli acts presenti hanno condiviso i palchi agli esordi.

Giungo all’Estragon e i Grim Reaper hanno già iniziato a sventolare la loro falce di morte. “Rock me ‘till I die” e “Waysted Love” vengono eseguite a puntino, con chitarra in grande spolvero e la presenza scenica del corpulento singer Steve Grimmett a farla da padrone in una performance convincente durante la quale la band non sembra aver perso molto rispetto agli anni d’oro. Il timbro di Grimmett, rauco e riflessivo allo stesso tempo, assicura un’ottima resa anche alla cover di “Don’t Talk to Strangers”, tributo alla recente scomparsa di Ronnie James Dio. Si chiude con l’anthem “See you in Hell”, cantato a gran voce da tutti i presenti.

Tocca dunque ai Demon, una band che ha lasciato la sua importante testimonianza nella scena con l’album di debutto “Night of the Demon”, per poi percorrere altre direzioni musicali. Il sestetto, completo di tastiere, inizia la sua performance nel modo più classico possibile, proprio con “Night of the Demon”. L’atmosfera evocata permette davvero di compiere un salto indietro di circa trent’anni, la band si presenta con impassibile tenuta noir e il frontman Dave Hill ci mette del suo, arringando i presenti, scherzando col pubblico e tenendo la scena in maniera superba. Tra i brani si distingue la pomposa “Blue Skies in Red Square”, con tastiere in evidenza e una linea vocale a metà tra l’epico e certe soluzioni care ai Saxon della seconda metà degli anni ’80, a mantenere il carattere “stradaiolo” del combo, nonché “Blackheath” e la conclusiva “Don’t break the Circle”, con il suo chorus d’impatto.

A questo punto salgono sul palco i Crying Steel, unica band italiana del lotto. Tecnicamente ineccepibili, riescono eroicamente a catturare l’attenzione di un pubblico convenuto ad incensare i propri beniamini britannici e questo non può che essere un bene, a gratificazione di una storia che affonda le proprie radici in una decade, gli anni ’80, non di certo rose e fiori per il metallo italiano. C’è però da dire che, nonostante io sia tutt’altro che esterofilo, la magia della NWOBHM viene per un attimo a mancare, a favore di una soluzione sonora molto vicina al power, e quindi abbastanza fuori contesto, a mio personalissimo parere. “Raptor” si pone come la track più in linea con l’atmosfera del festival, e “Next time don’t lie” mette in risalto l’ottima estensione vocale del frontman. Chiusura con la classica “Running like a wolf”, tratta dall’EP del 1995, molto vicina ad acts come Helstar e Krokus.

L’ora fatale si avvicina, e gli animi sono già protesi all’arrivo di una delle due band di punta del festival, i Diamond Head. Nella più classica tradizione britannica, introduzione affidata a Gustav Holst e al suo “Mars”, subito seguita dalla opener “To Heaven from Hell” e da “Give it to Me”. Il punto più alto si raggiunge con l’esecuzione di “To the Devil his Due”, uno dei brani più evocativi dell’intera discografia di Tatler e soci. È proprio Brian Tatler la vera sorpresa della serata; gli anni passano, la gloriosa Flying V è stata da tempo sostituita da una più sobria Les Paul, ma quest’uomo suona come se fosse la personificazione stessa della NWOBHM: soli fluidi, britannici fino al midollo, non una sbavatura. Ci sarebbe tanto da imparare, soprattutto da chi ha costruito una carriera ben più remunerativa ispirandosi ai Diamond Head… ma questa è un’altra storia. Purtroppo, problemi tecnici hanno funestato la chitarra del comprimario Abberley per l’intero set, presentando praticamente una formazione a quattro. Dietro il microfono, Nick Tart regge benissimo il confronto con il suo illustre predecessore Sean Harris, e appare a suo agio nei confronti di un pubblico pronto a tributare alla band il giusto omaggio. Dopo la recente “Pray for Me”, è la volta del trittico finale “It’s Electric”, “Sucking My Love” e “Am I Evil?”, sparate tutte d’un fiato. Resta l’amaro in bocca per l’annunciata e poi disattesa esecuzione dell’intero “Lightning to the Nations”, ma soprattutto per un set percepito dai più come fin troppo breve.

È la volta delle Girlschool, annunciate dalla caratteristica sirena. “Demolition Boys” è un inizio di impatto, pur con qualche problema alla chitarra di Kim McAuliffe. La stessa McAuliffe e la bassista Enid Williams si alternano alle lead vocals in un set che copre tanti dei loro classici, come “C’mon Let’s Go”, “Hit And Run”, “Future Flash” e “Screaming Blue Murder” (una delle migliori della loro discografia). C’è spazio anche per il recente passato con “Never Say Never” (dedicata dalla Williams al pargoletto!) e ovviamente la chiusura è affidata ad “Emergency”. Per quanto un pezzo di storia della NWOBHM e le antesignane delle moderne riot grrls si stessero esibendo a pochi metri, la mia attenzione cala pericolosamente, e per il motivo inverso rispetto ai Crying Steel. Qui non si tratta del genere, ma di un approccio approssimativo al palco e alla composizione, che rende il tutto, a distanza di tempo, una copia sbiadita di quelle che furono definite le Motorhead al femminile. Un fenomeno di costume, se preferite. E che solleva ancora una volta l’opportunità di compilare scalette che penalizzano fortemente gruppi di maggiore potenziale rispetto ad altri. Intanto, la mia personale ricerca dà i suoi frutti, e riesco ad intercettare “Withdraw from Reality” dei Broken Glazz in vinile presso il banchetto della Jolly Roger Records. Una vera chicca, a proposito di italianità…

La serata volge al termine e l’attenzione del pubblico è tutta per gli headliners, alla loro prima volta in Italia: Angel Witch! Una nota di merito va a loro, come a tante altre band presenti, Diamond Head compresi: settaggio di palco definitivo compiuto dagli stessi musicisti! Ed è così che, tra le luci che si preparano, compare prima Kevin Heybourne e poi Bill Steer, ospite speciale della band alla chitarra. Due icone, a modo loro, ma dall’atteggiamento assolutamente amichevole. In particolare, il mastermind dei Carcass era felice come un ragazzino a Disneyland! Che dire sul set… gli Angel Witch hanno praticamente saccheggiato l’intero omonimo album, EP compresi, davanti ad un pubblico sinceramente estasiato. L’apertura è affidata a “Gorgon”, con a seguire “Confused”, “Sweet Danger”, Sorcerers” e “White Witch”; i due axemen si incrociano spesso, e all’interno del set c’è spazio anche per un solo di Steer affiancato ai tanti di Heybourne. Quest’ultimo non indugia negli acuti (il tempo passa per tutti!) ma riesce comunque nell’intento di rispolverare l’intero repertorio in maniera eccellente. Il drumming schiacciasassi di Andrew Prestidge non lascia prigionieri, e ne è testimonianza la sempreverde “Atlantis”. Attraverso “Flight Nineteen” e “The Night is Calling” (unica outtake dal set classico!) si giunge alla chiusura con “Angel of Death”, per attendere i due encores “Baphomet” e “Angel Witch”, introdotta dallo stesso Heybourne nel modo consueto. Se buona parte del resto delle band presenti erano riuscite nell’intento di riportare l’orologio indietro, gli Angel Witch sono stati ancora più impressionanti: neanche per un attimo si è avuto il sentore di essere davanti ad un gruppo di dinosauri, tale è la carica di modernità che avevano le loro intuizioni compositive già all’epoca. In altre parole, un gruppo sempre attuale. Come prima calata italiana non c’è male, l’attesa ha sicuramente dato i suoi frutti. Non ci resta che sperare in un album in studio che ripercorra appieno i fasti che furono… o forse la serata ha esaudito fin troppi desideri?

Francesco Faniello

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