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Gods of Metal 2008 - 28-29-30/06/2008 - Parco Nord - Bologna

E’ l’evento metal più atteso in Italia da più d’un decennio. L’unico vero festival in grado di riempire il vuoto lasciato dal Monster Of Rock.
Le novità dell’edizione 2008 del GOM sono essenzialmente di tipo logistico: il luogo prescelto dalla Live è nuovamente l’Arena Parco Nord di Bologna, rimasta orfana dell’evento per un paio d’anni. Da terrone posso dire che la soluzione bolognese è sicuramente preferibile a quella milanese: il capoluogo emiliano è decisamente più raggiungibile per i metallari del sud (e con i prezzi della benzina di questi tempi…).
Altra novità è l’area concerti, infatti all’interno del luogo riservato all’evento è stata inglobata la strada adiacente, adibita poi a luogo di raccolta degli stands, lasciando maggiore spazio all’area concerti (in pratica tutto lo spazio che fino a due anni prima aveva racchiuso palco e stand).
Novità interessante è rappresentata dal fatto che molti espositori fossero stranieri (come anche buona parte del pubblico), a dimostrazione che il GOM ha ormai raggiunto un posto di rilievo nel panorama metal europeo.

Venerdì 27 Giugno 2008

Ad aprire le danze ci hanno pensato i Kingcrow con il loro progressive metal\hard rock. Compito ingrato il loro (anche se considerata l’ora e il caldo il pubblico non era scarsissimo numericamente) ma ben svolto.
Il secondo giro è spettato ai BlackTide. Devo ammettere che non conoscevo la band e che sono rimasto impressionato favorevolmente. Il loro sound riporta alla mente l’Heavy classico senza che però risulti stantio.

Come ormai da tradizione dove ci sono gli Iron Maiden in cartellone spunta la bella Lauren Harris, figlia dell’Harris più famoso del metal. Ormai su di lei si è detto di tutto e di più… quindi perché aggiungere altro? Finche i Maiden gireranno il mondo lei ci sarà. Pazienza.
Gli australiani Airbourne li attendevo con ansia (lo stesso non può dirsi di loro, visto e considerato che mi hanno dato buca all’incontro previsto per l’intervista). Su disco sembrano gli AC\DC. Dal vivo anche. Ma poco importa perché il loro è stato un show energico, pieno di sudore e con tanto di arrampicata da parte Joel O'Keeffe sull’impalcatura laterale del palco. La loro musica è fatta per essere suonata dal vivo, magari a orari più umani, visto e considerato il dispendio di energie sul palco (a questo proposito lancio un interrogativo: perché non creare delle zone d’ombra antistanti al palco per permettere al pubblico di guardare gli show pomeridiani in modo più umano?). Promossi a pieni voti.
Gli Apocalyptica ormai gironzolano nella scena metal da anni, e vi ci si trovano più che bene, anche perché come è chiaro al loro ingresso sul palco il popolo metal tradizionalmente chiuso, li adora. (li ha adorati) Probabilmente il palco immenso non ha reso reso semplice il compito della band nordica, troppo dispersivo. Le pesanti sedie poste sullo stage erano troppo distanti l’una dall’altra e considerando la scarsa mobilità del gruppo, si è avuta una sensazione di disomogeneità. La musica invece è stata piacevole. I classici metal rivisitati dal quartetto d’archi (più batterista) hanno dimostrato che la linea di confine tra il nostro amato genere e la musica classica non è poi così netta.

Gods Of Metal a forte impronta australiana nella prima giornata. I Rose Tattoo, veterani della scena hard rock, hanno dimostrato ancora una volta che non si è mai troppo vecchi per il rock and roll. I classicissimi della band si sono alternati agli estratti dell’ottimo nuovo album Blood Brothers. La miscela di rock e blues in salsa AC\DC ha convinto più d’uno spettatore che non conosceva il gruppo.
Cosa ci facessero gli Avenged Sevenfold a un festival chiamato Dei del Metallo e soprattutto come potessero occupare la posizione d’onore prima degli Iron è un mistero. Il pubblico più giovane probabilmente ha apprezzato ma la maggior parte dei presenti durante l’esibizione ha incitato gli Irons.

Che la stragrande maggioranza del pubblico presente fosse là solo per loro era chiaro sin dalle primeore del festival: bastava osservare le maglie indossate dal pubblico per capirlo. Il legame tra il popolo metallico italiano e gli Iron Maiden è indissolubile e più forte che mai. Ormai i passaggi del gruppo di Harris in Italia sono almeno due all’anno e in alcuni casi prevedono anche due o tre date, ma nonostante ciò se non si ha il tutto esaurito poco ci manca. Come ampiamente annunciato la loro esibizione sarebbe stata una sorta di tributo al periodo della loro carriera che va dagli esordi sino Seventh Son of a Seventh Son. La scenografia è quella prevista: di stile egiziano che richiama alla memoria quella del tour di Powerslave (immortalato in Live After Death). Ad aprire il concerto ci pensa la voce di Wiston Chirchill ed è subito chiaro che sta per arrivare “Aces High”, da quel momento in poi è puro tripudio. “2 Minutes to Midnight”, “Revelations”, “The Trooper”, “Wasted Years”, “The Number OF The Best” e “Run To The Hills”. Ma l’apice dell’esibizione è stato a mio avviso “Rime of the Ancient Mariner”, con un Dickinson evocativo come non mai, avvolto in mantello e con una scenografia che richiama una nave fantasma e tanta tanta nebbia. Da brividi. E poi ancora  “Powerslave”, “Heaven Can Wait” e “Can I Play With Madness?”. Poi una piccola sorpresa “fuori periodo” ossia “Fear Of The Dark”, che i cori a squarcia gola dei presenti hanno indicato come una delle canzoni più amate dai fan italiani. La conclusione? Ovviamente “Iron Maiden”, con la testa gigantesca di Edi in versione Sfinge che si apre per lasciare uscire una sorta di Eddie versione spettro. E poi il bis: “Moonchild”, “The Clairvoyant” e “ Hallowed Be Thy Name” con apparizione dell’Eddie gigante del periodo Somewhere In Time. Che dire? La scaletta per quanto eccezionale lascia l’amaro in bocca: ci sarebbe stata bene un “Somewhere in Time” (il titolo prende spunto da title-song di quell’album, no?) e una “Seventh Son”. Al di là della pignoleria posso tranquillamente affermare che è stata una delle migliori esibizioni degli Irons a cui abbia assistito e sicuramente una delle più spettacolari in assoluto. Il miglior gruppo delle tre giornate, ma su questo non c’erano dubbi.

Sabato 28 Giugno

Sicuramente la giornata più estrema delle tre. Certamente quella con i due ritorni più attesi. Ma andiamo con ordine.
Il mio sabato metallico inizia con l’esibizione dei romani Stormlord. Gli autori del nuovo “Mare Nostrum” nell’esigua fetta a loro disposizione cercano di “riscaldare” lo scarso pubblico presente, ma pagano dazio alla sfortunata posizione in scaletta. Da rivedere.
I Between The Buried And Me sono stati una delle sorprese di questo GOM. Particolare la proposta che fonde al meglio metal core e progressive. Un buona mezz’oretta per questa band del Nord Carolina.
Che fossero dei pazzi lo si sapeva. Basta ascoltare un disco dei Dellinger Escare Plane e la cosa è subito chiara. Ma che dal vivo fossero degli indemoniati… La domanda nasce spontanea: “E se il clima fosse stato più clemente cosa avrebbero combinato?”. Sicuramente una delle prestazioni più coinvolgenti. Greg Puciato poi ha pensato bene di rinverdire la tradizione dell’arrampicato sul palco inaugurata il giorno prima dagli Airbourne. Fenomenali.

Ed ecco la prima chicca della giornata: gli At The Gates. Le formazione, che più di altre ha contribuito a dettare delle nuove linee di sviluppo al death metal europeo (non è colpa loro se puoi il tutto è degenerato nel metal core…), è di nuovo insieme. Chiaramente è “Slaughter Of The Soul” il maggior serbatoio dal quale la band attinge i propri brani, con grande gioia del pubblico presente. Ottima esibizione la loro, e non era facile reggere il passo dopo il terremoto DEP.

I Testament sono una delle band più amate in Italia. Ogni loro show richiama orde di metallari,e visto e considerato il revival thrash che spopola in questi giorni, non mancano i giovani virgulti sotto il palco. Forti di un album, The Formation Of Damnation, una sorta di ritorno alle origini, gli statunitensi hanno offerto una prestazione maiuscola. Se nel caso degli At The Gates la reunion era palese, nel caso degli eroi della Bay Area non è ufficiale ma a conti fatti lo è. Il ritorno del figliol “prodigio” Alex Scholnik alla chitarra ha fatto pendere la bilancia dei pezzi eseguiti sul piatto della fetta di produzione dei Testament che lo vedeva coinvolto. Over The Wall’,‘Into The Pit’, ‘Apocalyptic City’, ‘Practice What You Preach’, ‘The New Order” e le conclusive Alone In The Dark’ e ‘Disciples Of The Watch” sono state accolte più che bene dal pubblico, come tra l‘altro i due estratti da Fragments. Una macchina ben rodata.
I Messhugah probabilmente sono stati una delle mie delusioni più cocenti. Fenomenali su disco, limitati sul palco. Il basso e le chitarre ribassate dal vivo creano sì un muro ma rendono anche monotono il tutto. Quei particolari che li rendono grandiosi e ipercerebrali sul disco, vanno persi sulle assi del palco. Peccato.

Per chi come me è cresciuto nel mondo metal dei primissimi anni 90 i Carcass sono qualcosa di più che una semplice band. Quindi l’attesa della seconda grande reunion della giornata per il sottoscritto era tanta. Bisogna dirlo: non è andata delusa. L’esibizione della band inglese ha spazzato via ogni dubbio sullo stato di salute del gruppo. Jeff Walker, Bill Steer e Michael Amott hanno fatto la storia del metal estremo. Purtroppo non è più della partita il batterista storico del gruppo Ken Owen, vittima qualche hanno fa d’una emorragia cerebrale che non gli permette più una piena mobilità. Cosi quando è apparso sul palco per ringraziare il pubblico, il popolo metal gli ha tributato il giusto applauso. In fin dei conti è lui il vero motore portante di questa reunion. Il sostituto comunque è di tutto rispetto: Daniel Erlandsson, compagno d’avventura di Amott negli Arch  Enemy. La scaletta è da urlo, “Inpropagation”, “Buried Dreams”, “Corporal Jigsore”, CORPORAL “al Forge”, “reek Of Putrefation”, “Genital Grinder”, “Death Certificate”, “Exhume To Consume” e soprattuto “Heartwork” sono i brani che più di altri hanno scaldato il cuore dei presenti. Ben tornati!

La scenografia sul palco è la stessa dell’ultima apparizione bolognese: la copertina di Reign In Blood. Si sa, gli Slayer sono un gruppo che bada al sodo e se non fosse per i giochi di luce l’esibizione sarebbe quanto di più scarno in circolazione. Ma poco importa, bastano loro quattro a riempire con la propria figura il palco. I volumi sono a livelli incredibili, un muro di suono del genere è raro se non impossibile da trovare. Invece la formazione con Dave Lombardo alla batteria annunciata a tempo determinato quattro anni fa, è diventata ormai una certezza. Tra il brano d’apertura “Darkness Of Christ” e qullo di chiusura “Angel Of Death” si sono succedute “Disciple Cult”, “Chemical Warfare”, “Ghosts Of War”, “War Esemble”, “Jihad”, “Die By The Sword”,  “Spirit In Black”, “Eyes Of The Insane”, “Supremist”, “Payback”, “Dead Skin Mask”, “Hell Awaits”, “Postmortem”, “Captor Of Sin”, “South Of Heaven”, “Raining Blood” e “Mandatory Suicide”. Unica nota stonata della serata, le lunghe pause tra un pezzo e l’altro che Araya non riusciva a riempire con la sua scarsa favella. Ma tutto sommato il gruppo mi è sembrato più in forma rispetto all’edizione del GOM di tre anni fa. Quello che non varia mai è di certo il pogo sotto il palco. Massacro.

Domenica 30 Giugno

La mia giornata conclusiva parte con Fratello Metallo. Lascio da parte ogni considerazione personale sull’operazione. Certo che gli Stryper…
I francesi Nightmare hanno presentato un show in bilico tra metal del passato e power moderno, nulla di sconvolgente.
Gli Infernal Poetry quel posto sul palco del GOM se lo sono meritati dopo anni e anni di gavetta. I trenta minuti a disposizione del gruppo sono volati via, con piena soddisfazione del pubblico pagante (un’infanzia passata ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto…)
Avranno cambiato genere, ma lo spirito vichingo non è andato via. Gli Enslaved son una delle più belle realtà della musica metal. Però si sa il successo è figlio del caso: per anni sforni cd grandiosi e non ti caca nessuno, un giorno metti sul mercato “Blackwater Park” e diventi Dio, nonostante la tua vena creativa stia scemando. Il paragone con gli Opeth non è casuale, gli Ensalved stanno al black come la band di Akerfeldt sta al death. Tornando alla fredda cronaca, il concerto dei vichinghi è stato sicuramente uno dei migliori della lunga maratona di tre giorni. Peccato per il poco tempo a disposizione.

Non vedevo gli Obituary dal vivo dall’edizione del 2005 del GOM. Ancora una volta sono rimasto impressionato dal gruppo dei fratelli Tardy. Con un Allen West in meno e un Ralph Satolla in più, il gruppo ha offerto una prestazione maiscula. L’ugola di John Tardy è, se non la migliore, sicuramente la più particolare del panorama death. Brani vecchi e nuovi si sono succeduti sino all’esecuzione della finale “Slowly We Rot”. Ormai il gruppo appare ben rodato e sembrano lontani i tempi dello scioglimento.

Probabilmente il concerto che aspettavo con maggiore trepidazione con quello dei Carcass: vedere i Morbid Angel con Dave Vincent alla voce sembrava un sogno impossibile da realizzare qualche anno fa e invece… miracoli del music business. Chiaramente il dio del metallo c’ha messo lo zampino, così ho dovuto saltare buona parte dello show per poter svolgere i miei “doveri” di scribacchino intervistando gli Iced Earth. Per poco che ho visto e sentito posso affermare che Deave Vincent è un animale da palco ed è ormai ben reinserito nel combo floridiano. Trey Azagthoth ormai rinsecchito è sempre più somigliante al demone sumero suo omonimo… però come suona! Fortunatamente ho fatto in tempo ad ascoltare la finale e lunga esecuzione di “God Of Emptiness”, una lezione a tutti quelli che credono che il death metal sia velocità e melodia.

I concerti di Yngwie Malmsteen sono uno sballo immediato seguito da noia. Come tutti da “giovane” ho amato il chitarrista svedese, così quando assisto ai suoi live mi lascio prendere dall’entusiasmo, la mia vis metallica esplode… però è un effetto passeggero, alla lunga le “sbrodolature” sulla chitarra di Mr Yngwie convincono poco. Però se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Anche questo è metal. Alla fine della sua esibizione faceva un certo effetto vedere gente che andava in giro con i pezzi della chitarra distrutta dallo svedese.

La lunga carrellata di “ritorni” si conclude con quella di Matt Barlow negli Iced Earth. L’ex lungocrinito cantante ha sicuramente riconquistato il suo pubblico e nonostante una certa scarsa omogeneità e affiatamento con il resto del gruppo (anche in sede di conferenza stampa non è che mi siano sembrati tanto “pappa e ciccia” Matt e John, magari il caldo…) è sicuramente promosso. In attesa della seconda parte del classicissimo Something Wicked This Way Comes, il gruppo si è concentrato sui pezzi dell’epoca del rosso vocalist. Partiti con “Dark Saga” hanno regalato estratti da SWTWC e un’ottima interpretazione di “Dracula”. L’ugola di Matt è più a suo agio sui bassi che sugli alti, questo bisogna anche ammetterlo. Discreta prestazione quella del gruppo americano.

Ed eccoli i Gods Of Metal per antonomasia. Come è giusto che sia spetta loro chiudere la tre giorni metallica. I Judas Priest ormai hanno ritrovato il giusto assetto con il ritorno di Rob Halford, però non si accontentano di vivere una vecchiaia agiata, anzi… amano il rischio se è vero come è vero che  hanno iniziato la loro performance bolognese con un estratto dal nuovissimo “Nostradamus”, ossia l’accoppiata “Dawn Of Creation” – “ Prophecy”. In realtà la scelta rischiosa ha pagato ben poco, menomale che ci ha pensato “Metal God” a risollevare lo spirito dei presenti, seguita a ruota da grandi classici del calibro di “Eat Me Alive”, “Between The Hammer And The Anvil”, “Devil’s Child”, l’intramontabile “Breaking The Law” e “Hell Patrol”.  La mobilità del gruppo sul palco è limitata così come il ricorso a trovate sceniche (il mantello da indovino di Halford non è che sia stato nulla di trascendentale). Nuovo estratto da “Nostradamus”: “Death”. Probabilmente son stato l’unico tra il pubblico ad apprezzare questo brano in stile Candlemass!!! (Doom over the world!). E poi la corsa finale le cui tappe rispondono al nome di: “Dissident Aggressor”, “Angel”, “The Hellion / Electric Eye”, “Rock Hard, Ride Free”, “Sinner” e una spompata “Painkiller”. Bisogna ammetterlo: il pezzo più atteso dai presenti è stata una mezza delusione, versione lenta e con la voce di Halford ampiamente supportata dagli effetti. Il rombo del motore e la comparsa del vecchio Rob in versione centauro sancisce l’inizio del bis: “Hell Bent For Leather”, “The Green Manalishi (With the Two-Pronged Crown)” e “You’ve Got Another Thing Coming”. Un gran bel concerto, peccato che non si siano suonate “Victim Of Changes” e “Living After Midnight”, ma con una discografia sterminata come quella dei Judas dei sacrifici vanno pur fatti.

Considerazioni finali

Sul Gods: forse le giornate andrebbero ridotte se non a una come ai tempi del glorioso Monster of Rock, almeno a due. E’ vero che in definitiva si è assistito a concerti più o meno di buon levatura ma i più comunque alla fine non sono risultati indispensabili. E se si considera che il più di queste esibizioni si sono tenute sotto un sole cocente… viene spontaneo domandarsi se il gioco vale la candela. Buona l’idea di varire il costo del biglietto in base al periodo di acquisto. E’ giusto che chi compra prima il biglietto paghi meno. Quasi da usura i diritti di prevendita applicati dal circuito Ticketone.
Sullo stato del Metal: i migliori  sono stati i tre headliner (Iron su tutti) e lo sono stati di gran lunga. Questo dovrebbe farci riflettere. Ricambi non ce ne sono. Se consideriamo le band che hanno suonato prima degli headliner è difficile pensare che possano diventare band di primissima fascia Anche perché gli Iced Earth giovanissimi non sono, i Carcass la loro fetta di storia l’hanno scritta e ora ognuno dei componenti del gruppo pensa ad altri progetti e gli Avenged Sevenfold dovrebbero prima di tutto diventare un gruppo metal… Quindici anni fa c’erano gli Iron Maiden e i promettenti Metallica. Oggi ci sono gli Iron Maiden e gli anziani Metallica… Meditate gente, meditate…

g.f.cassatella

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