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:: Intervista ai Witches of Doom

I Witches of Doom non sono esattamente una di quelle band che si definirebbe “promettente”, semplicemente perché le promesse sono state ampiamente esaudite! Ciò è vero in particolare per l’ultimo disco “Funeral Radio”, un compendio di quanto di meglio sia stato messo in musica nell'intersezione nera tra sonorità gothic, metal dalle connotazioni lente e pesanti, e polverose suggestioni stoner. Daniele Mugnai ha intervistato per noi il chitarrista Federico Venditti...

Il traguardo del terzo album per una band underground come la vostra – di notevole valore nel circuito italiano e anche straniero – che effetto vi ha prodotto?
Innanzitutto grazie dello spazio dedicatoci. Ti ringrazio per i complimenti, sicuramente in questi anni abbiamo girato molto andando in nord Europa diverse volte, l’ultima l’anno scorso con Michale Graves, ex Misfits, dove ci siamo divertiti parecchio e abbiamo imparato molto guardandolo ogni sera sul palco. “Funeral Radio” sta consolidando il nostro nome in ambito underground, ormai non siamo più gli ultimi arrivati e stiamo ottenendo parecchie ottime recensioni anche grazie all’ottimo lavoro svolto dalla nostra nuova etichetta My Kingdom Music. Molti mi hanno detto che forse è il disco migliore che abbiamo fatto fin qui, che per un musicista è il più bel complimento, perché significa che la proposta si sta affinando e alcune ingenuità del passato non sono state ripetute. Alla luce del nuovo album ho riascoltato i primi due dischi e secondo me hanno ancora delle buone canzoni, anche se questo forse prende i migliori spunti dei primi due aggiungendo una sana dose di metal.

Anche la produzione mi sembra migliorata notevolmente rispetto ai lavori precedenti, con in più quella ricerca dell’originalità nel sound, difficile da trovare nel mondo del doom “classico”; che mi dici al riguardo?
In effetti hai colto nel segno perché il nostro obiettivo sin dal nostro debutto è stato quello di suonare in maniera diversa rispetto ad un mondo, quello doom, molto conservatore e ancorato al passato. Noi suoniamo un mix di goth, stoner-doom e hard rock che si riallaccia a band come i Cult fino ad arrivare alla new wave ed altro ancora. Per quanto mi riguarda, suonare nel 2020 come la copia sbiadita dei Sabbath o dei Death SS è ridicolo e poco lungimirante dal momento che puoi raccogliere consensi con il primo album, ma già dal secondo l’interesse verso la band scema drammaticamente. Noi abbiamo scelto un sentiero poco battuto e sicuramente più impervio, ma che alla fine ci sta portando delle soddisfazioni. Il pubblico, le etichette e anche i giornali specializzati vogliono metterti dentro una casella specifica, ma noi ne occupiamo diverse e molti hanno storto la bocca all’inizio perché non siamo ortodossi e fedeli alla linea… anche quando la linea non c’è. Per la produzione invece è merito del nostro fidato Fabio Recchia, quinto elemento del gruppo fin dall’inizio, che questa volta si è superato aggiungendo un suono più live e sabbioso al disco, che i precedenti non avevano. Per l’originalità del sound credo che questa volta abbiamo guardato più verso il metal pur mantenendo i nostri elementi tipici, mentre prima eravamo vicini più al goth e alla darkwave, come dicevo prima siamo una band trasversale che può piacere a un pubblico eterogeneo.

Perché la scelta di Witches of Doom come nome per la band?
Questa è una domanda molto gettonata, comunque la spiegazione è molto semplice. In una delle prime prove con Danilo in sala stavo canticchiando il ritornello di quella che sarebbe diventata Witches of Doom dal primo disco e a Danilo è piaciuto il nome così lo abbiamo utilizzato per chiamare il gruppo. Molte persone rimangono spiazzate, perché quando leggono “Doom” nel nome si aspettano il classico genere lento e ossianico, cosa che come ben sai non riguarda il nostro sound che invece è un doom, se così vogliamo chiamarlo, bastardo e moderno.

“Funeral Radio” è un titolo molto stoner-rock con gusto anche desert... c'è una spiegazione?
Il nome “Funeral Radio” è legato al fatto che se ascolti il disco tutte le tracce sono attaccate, cioè non vi è pausa tra un pezzo e l’altro. Sono solo unite da effetti sonori come se, appunto, si stesse ascoltando una stazione radio e su questo punto ti do ragione, perché l’idea l’hanno avuta tanti anni fa i QOTSA, che sono appunto una band stoner rock, per “Songs for the Deaf”. Come vedi, attingiamo da tanti generi, ma mantenendo quell’alone dark e oscuro che ha caratterizzato anche gli album precedenti.

Le vostre influenze vanno dal doom classico al goth passando per il groove. Da cosa nasce questa commistione di generi? E ancora: all’interno del gruppo ascoltate le stesse cose?
Le nostre influenze spaziano dai Doors ai Black Sabbath fino a toccare Faith No More, Danzig, Type o Negative, Cult, Metallica, Slayer, Korn, White Zombie e tutta la scena dark wave e industrial. Magari a qualcuno potrà sembrare folle cercare di unire questi generi, ma noi crediamo che ci sia un filo conduttore invisibile che li lega. Questo mix nasce dal fatto che siamo da sempre degli insaziabili onnivori di musica e fossilizzarci in un determinato settore lo troviamo noioso. Credo che proporre un genere che mischi diversi sapori sia stimolante anche per chi ascolta. Invece, per quello che riguarda gli ascolti del gruppo... no, sono differenti, anche se alla fine su tanti nomi siamo in totale sintonia.

Parlami del vostro ultimo singolo, “Sister Fire”. Mi sembra un omaggio a voi stessi, alle vostre influenze,ed anche a tutti i vostri fans.
Se pensi che “Sister Fire” sia un omaggio a noi stessi ci hai fatto un bel complimento, perché significa che abbiamo un sound riconoscibile cosa non affatto scontata. Il brano in questione è un brano dritto e molto goth’n’roll se mi passi il termine, ci puoi trovare l’atmosfera horror alla Rob Zombie con un cantato alla Danzig e un break centrale che rimanda agli anni settanta e ai Doors. Il ritornello invece lo vedrei cantato da Ian Astbury dei Cult, anche se qualcuno mi ha fatto notare che rimanda addirittura al classico di Arthur Brown, appunto Fire. Quando scriviamo un pezzo nuovo pensiamo innanzitutto a noi stessi e se ci piace come groove, credo sia importante che il brano sia divertente da suonare per il gruppo, poi di conseguenza verrà ben accolto anche da chi ci segue.

Avete già scritto nuovo materiale?
Sì, scriviamo molto e quello della composizione di nuove tracce non è mai stato un problema per noi. Ho praticamente sei brani pronti, ci piacerebbe far uscire il nostro quarto disco tra non molto. “Funeral Radio” è uscito ben quattro anni dopo “Deadlights” del 2016 in seguito a problemi di varia natura. Covid19 permettendo, ci piacerebbe tornare in studio il prossimo anno per dare un seguito a questo album. Come avrai notato, ogni nostro disco è differente dal predecessore e così anche il prossimo sarà una sorpresa per tutti a partire da noi stessi.

Il tuo spiccato talento social quanto ha influito nella tua vita da musicista?
Io per dodici anni sono stato responsabile marketing di due testate giornalistiche, quindi certe cose sono rimaste nel mio DNA. Ho sempre promosso la mia musica in maniera capillare con i social perché credo sia valida e meriti di essere ascoltata. Magari non piacerà a tutti, ma io penso che se si crede in una cosa bisogna insistere e trovare ogni modo possibile per promuoverla. Poi in un periodo in cui escono tantissime uscite ogni giorno non si può attendere che qualcuno si accorga della tua band, anche se fai la musica più bella del mondo. Bisogna essere presenti sui social e parlare con chi ti segue e creare un rapporto di fiducia reciproca, io lo faccio molto volentieri ed è una cosa che faccio perché mi piace e mi diverte. Anche perché sono fermamente convinto che se oggi nascesse un nuovo John Lennon nessuno se ne accorgerebbe, sommersi come siamo dalle moltissime uscite giornaliere. Oggi tutti suonano, anche chi fino all’altro giorno faceva tutt’altro, quindi il mercato è saturo di uscite.

Cosa pensi del fenomeno crowdfounding, e del downloading in generale?
Il crowdfunding è un modo per aiutare le band quando sono in difficoltà economiche, cosa che accade sempre più spesso oggigiorno e questo accade anche per il downloading illegale che viene fatto da alcuni ascoltatori. Molti purtroppo non si rendono conto che la musica non può essere usufruita solo gratuitamente scaricandola da qualche sito illegale oppure utilizzando una delle tante piattaforme che paga i gruppi solo pochi centesimi. Come potrà mai una band underground come noi produrre un altro disco se nessuno compra nulla? Io utilizzo Spotify ad esempio, ma se una band mi piace compro sempre qualcosa che sia un disco o una maglietta. Tornando al crowdfunding, non tutte le band hanno ben chiaro che se si chiede una mano ai propri ascoltatori bisogna poi dargli qualcosa indietro, altrimenti la volta successiva gireranno le spalle al gruppo.

Oltre che musicista sei anche scrittore (e fanzinaro). Il tuo ultimo libro “Un tram chiamato nostalgia” sta andando molto bene. Parlaci di questo vizio scribacchino.
Mi è sempre piaciuto scrivere e poi ho fatto il classico e successivamente Lettere moderne, quindi è qualcosa che occupa il mio tempo da sempre. Scrivere bene non è per niente facile, io la vivo come una sfida continua con me stesso. Migliorarmi come scrittore è uno dei miei obiettivi a cui sto lavorando. Sì, il libro me lo hanno chiesto parecchie persone, evidentemente ha generato curiosità. È un romanzo di nicchia che può interessare chi ha vissuto i primi anni novanta e il passaggio dal metal ortodosso anni ottanta al grunge attraverso gli occhi di un ragazzo di diciotto anni all’ultimo anno di liceo, timido e con una madre assente, che si rifugia ogni sabato dentro il suo negozio di dischi preferito Sabbra Cadabra, facendo così amicizia con il nuovo commesso che diventerà il suo mentore musicale e poi spirituale. Insomma un romanzo formativo. Però è una storia che può interessare anche chi non ha vissuto quegli anni, dal momento che alcune problematiche sono universali.

Come si prospetta il futuro dei Witches of Doom dopo questa pandemia? Che idea avete per la realizzazione di concerti o apparizioni a festival vari?
Non ti nego che avevamo una serie di live organizzati qui in Italia e un tour in programma nel Nord Europa che per forza di cosa abbiamo rimandato. La pandemia ha scombussolato i nostri piani, ma non è detto che sia una cosa del tutto negativa: dal momento che molte altre band hanno posticipato le uscite a fine anno noi stiamo ricevendo più attenzioni da parte di stampa e pubblico. Molte persone hanno tanto tempo a loro disposizione in questi giorni e magari danno più retta ad un’uscita che altrimenti si sarebbe persa tra le tantissime nuove proposte. Noi abbiamo deciso di fare uscire “Funeral Radio” adesso perché non credo che in autunno il virus scomparirà, anzi ci sarà quasi sicuramente una seconda ondata di contagi, molto probabilmente a fine anno e quindi non sarebbe cambiato molto farlo uscire allora. Risuoneremo dal vivo appena le condizioni ce lo permetteranno, intanto stiamo andando avanti con la promozione del disco e la scrittura di nuovo materiale per un prossimo album che vorremmo pubblicare tra non molto.

Daniele Mugnai

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