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Intervistra ai Mantra

Jacopo Meille è uomo ricco di impegni musicali ed è per questo motivo che, a breve distanza dalla sua intervista nelle vesti di singer dei mitici Tygers Of Pan Tang, lo ritroviamo sulle pagine in qualità di cantante dei nostrani Mantra.

Ciao Jacopo, ben tornato su rawandwild!
È un vero piacere!

L’ultima fatica dei Mantra, “Hate Box”, è datata 2006. Dovremo aspettare a lungo prima di poterne ascoltare il successore?
I Mantra al momento sono tornati a suonare dal vivo dopo una lunga pausa dovuta all’abbandono di Andrea Castelli. Adesso abbiamo trovato Andrea Bartolini e la formazione non è mai stata così unita e in armonia. Stiamo iniziando a comporre proprio in questo periodo nuove canzoni, tutti insieme in sala prove.

In fase di recensione ho definito “Hate Box” un disco più maturo e personale rispetto al suo predecessore. In particolare, credo che su “Hard Times” l’influenza dei Led Zeppelin fosse un po’ troppo evidente. Sei d’accordo con me?
È difficile giudicare i propri dischi. “Hate Box” è forse il miglior album dei Mantra, quello che ascolto più volentieri perché trovo che abbia un equilibrio tra canzoni e suoni. ‘Hard Times’ ha alcune tra le mie canzoni preferite di sempre al suo interno, ma è dispersivo e troppo lungo. Quanto poi all’influenza Zeppelin, non ne abbiamo mai fatto mistero. Nel booklet di quel disco c’è pure un’immagine di un dirigibile abbattuto…

Secondo te quali sono i punti di forza dei Mantra? Uno te lo indico io:la tua voce.
Credo che i Mantra abbiano il pregio di aver perseverato nel proporre hard rock anche quando nessuno dava a questo genere un futuro. Credo che oggi, soprattutto dopo l’esperienza compositiva di “Hate Box”, la band abbia uno stile proprio in cui è possibile sentire le influenze senza che queste prendano il sopravvento.

E i difetti?
Siamo lenti e pigri ah ah ah ah. A parte le battute, è mancato, negli anni, la volontà di dedicarsi unicamente a questo progetto. Ognuno di noi ha fatto convivere la band con le proprie scelte personali. Questo ci ha permesso di essere ancora insieme ma anche di non aver dato una reale chance alla band di imporsi nel panorama musicale italiano e anche europeo.

Come vanno le cose all’estero? Ritieni che oltre confine  ci sia ancora un po’ diffidenza nei confronti delle band italiane?
Credo proprio di no anche perché band come  Vision Divine o Rhapsody, per citarne giusto un paio, godono di stima e, cosa più importante, vendono all’estero.

Ti consideri più un animale da palco o un perfezionista da studio?
Per me cantare è suonare dal vivo. Stare in studio è una necessità che mi sono fatto piacere e con la quale ho trovato un equilibrio. Fosse per me, i dischi verrebbero registrati in diretta con la band che suona insieme.

Qual è il pezzo che non deve mai mancare in un live set dei Mantra?
Credo che la scelta cadrebbe tra queste quattro canzoni: “The Big Wave”, “Time & Space”, “Family Man” e “Hard Times”.

I cd dei Mantra sono molto curati dal punto di vista del lay-out. Credi che questa sia la strada per combattere la pirateria?
Ti ringrazio per il complimento che girerò a Gianluca, il nostro chitarrista nonché autore delle copertine. È lui che si prende carico del lavoro e che propone delle idee. Benché il formato CD non possa in alcun modo competere con la bellezza delle copertine dei vecchi vinili, credo che avere una copertina curata che si abbina alle canzoni possa essere un valido motivo per invitare a comprare un CD originale.

Quale è stato il primo disco che hai comprato?
Se non ricordo male “A Night At The Opera” dei Queen. Era il dicembre del 1976, avevo 8 anni.

Cosa prevedi per il futuro dei Mantra?
Di suonare dal vivo e di iniziare a proporre le canzoni nuove direttamente on stage e vedere che reazione ha il pubblico.

 A te la chiusura…
Grazie per l’interesse che RAWANDWILD ha dimostrato per noi e per tutti coloro che continuano, coraggiosamente, a suonare musica originale.

g.f.cassatella

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