Intervista ai Love In Elevator
Se l’abito non fa il monaco, figuriamoci se un nome fa un genere. Quindi niente a che vedere con gli Aerosmith, scoprite con noi da dove nasce il nome Love In Elevator… e soprattutto imparate a conoscere una delle realtà più belle del panorama rock italiano.
Direi di iniziare presentando la band ai nostri lettori…
Nel 2001 la band era un quartetto 3/4 al femminile che voleva vivere la propria fantasia rock. Dal 2006 la band è diventata un duo di non-femmine che ha vissuto insieme una quotidianità ambigua e sofferta, e la musica è stata un modo di essere e sopravvivere. Dal 2008 sorprese in arrivo!
Quali sono le vostre influenze?
Innumerevoli. Non sarebbe giusto citare solo quelle che mi vengono in mente ora, perché domani me ne verrebbero in mente altre. Certamente la musica spontanea fatta col cuore. Le band che mi hanno portato a decidere di mettere su un gruppo mio sono state i Joy Division, i Beatles e ovviamente i Nirvana più di chiunque altro: sentire quei tre impazzire e sfogare e sfasciare così tanto è stato seminale per me come per tanti altri che hanno iniziato a suonare negli anni novanta. Questo disco ha alle spalle ascolti diversi dal disco precedente: Jesus Lizard, Husker Du, Betty Davis, Bob Dylan, Outrageous Cherry, Dead Moon, Butthole Surfers...ma sono sempre ascolti di periodi che vanno e vengono, non credo abbiano influenzato le canzoni del disco.
Non temete che un nome come il vostro possa far credere a chi non vi conosce che siate una band in stile Aerosmith?
Non temevamo affatto, anzi! Chi l’avrebbe mai detto di tiraci addosso una croce del genere? Quando io e l’ex cantante decidemmo per questo nome dopo una serata psichedelica, ci raggiunse Michela(basso) e quando venne a conoscenza del nome ci avvertì del pericolo a cui andavamo incontro. Non ne abbiamo voluto sapere. Non abbiamo mai ascoltato gli Aerosmith, nemmeno i primi dischi che sono i più decenti. Completa ignoranza al riguardo…Noi eravamo fortemente ispirate quella sera, e, veramente calate in un’atmosfera psichedelica-post-moderna, volevamo unire i Love di Arthur Lee con i 13th Floor Elevator di Roky Erickson. Così oltre ad un omaggio alle due band, l’immagine dell’ amore che sale, in ascensione (più che in ascensore) ci piaceva molto. Niente di più lontano dal glam degli Aerosmith.
Quali significati ha il titolo “Re Pulsion”?
Re-Pulsion è un qualcosa che torna a pulsare dopo tre anni da Sue Me, il nostro primo disco, ma è anche un re dalle strane pulsioni, o dal cognome degno di una commedia del Goldoni, e ovviamente un immenso e indescrivibile senso di repulsione, rigetto. Per quest’ultimo significato il nostro disco potrebbe anche essere un omaggio al grandissimo film di Polanski: la confusione tra realtà e allucinazione e la progressiva discesa agli inferi della mente si ritrova nelle canzoni, in cui si intuiscono traumi trascorsi e repressi che ci hanno irrimediabilmente segnate fino a trasformarci in catatoniche bambole assassine, come la protagonista del film!
Come nasce un vostro brano?
Non c’è un metodo standard. La maggior parte delle volte avviene in sala prove improvvisando da un riff di chitarra. La voce inventa una melodia buttando fuori parole in inglese che nemmeno esistono. Una volta che le parti strumentali sono scritte, scrivo il testo rigorosamente in inglese. Ho provato a scrivere in italiano tante volte. Non ci riesco. A scrivere chiaramente sì, ma poi a pronunciare la mia lingua nelle canzoni no. E’ paradossale ma vero. Altre volte scrivo dei testi a casa mia e ci arrangio sopra alcuni accordi con la chitarra acustica, poi se quello che ho fatto viene apprezzato in sala prove dagli altri ci si lavora assieme e si costruisce un pezzo intero elettrico.
Chi cura i testi e di cosa parlano?
Io. Flussi di coscienza. Cerco l’evocazione di immagini più che concetti. I miei testi non hanno tematiche particolari, ma mi sono accorta che c’è un aspetto grottesco che mi attira ed è presente in tutti i miei scritti, una tragicommedia, non si capisce se fa ridere o piangere. Oh Di Vuh parla di un complesso di Edipo castrante e del suo esatto contrario: da una parte si legge di una madre ossessiva che sfoga sul figlio la sua repressione sessuale e in lui ricerca l’amore perduto, dall’altra una madre assente che continua a scappare da sé stessa e dal figlio; in entrambi i casi i figli sono paralizzati e impotenti di fronte a lei. Repulsion parla di Babilonia, che si nutre del sangue dei santi ed è tatuata di bestemmie, è claustrofobia. In Blue e 2:20 parlano di forti sensi di colpa, di quando ci si aggrappa a tutti i vizi peggiori terreni per sentirsi vivi, della discesa a caduta libera senza ali verso l’ignoto quando non si ha più niente da perdere dopo la perdita dell’amore, che non è una persona o una relazione, ma l’amore dentro di sè. Araminta è una donna brutta dai denti verdi e marci, pelosa, e tanto sola…ciononostante non smette mai di ridere perché ha una forza incredibile dentro di sé e la gente, che si basa solo sui cliché e sul suo aspetto e sulla sua solitudine, non capisce come possa essere così positiva.
Un brano che ho particolarmente apprezzato è “Thank You Mr Gilmour”. Si riferisce per caso al Gilmour più famoso del rock?
Si riferisce a David Gilmour. Prima di essere riarrangiato e riscritto, il pezzo era scaturito da un’idea dell’ex cantante, che al tempo aveva una fissazione per i Pink Floyd. Effettivamente se gli stessi accordi venissero suonati con dinamiche diverse potrebbe riecheggiare un pezzo di Gilmour & Co nel periodo di The Dark Side of the Moon. Invece suonato da noi ricorda i Melvins o i Black Sabbath, e il testo parla ancora di cadute, stavolta nella tana del coniglio. Da piccola inciampavo sempre.
“Re Pulsion” è uscito per la Jestrai Records, siete soddisfatti?
La Jestrai è un’etichetta amica. E’ un po’ un “kamikaze”, nel senso che ama correre i rischi, ma anch’ io sono per correre i rischi sempre. Non apprezzo molto le persone non disposte mai a farlo, la gente che sta bene solo all’interno della propria piccola sfera protetta e sicura, nel proprio angolino. La Jestrai è un’etichetta di rara bontà e sceglie quello che le piace, non quello che le porterà profitto, come fanno molti altri. Penso che non ci siano tante etichette in giro disposte a produrre un disco senza aver ascoltato nemmeno una pre-produzione! La Jestrai l’ha fatto con noi con Re Pulsion, basandosi solo sulla fiducia e sul rispetto verso il mio gruppo. Se dovessi suggerire qualcosa alla Jestrai, dico che dovrebbero pensare di più con una mente rivolta al business, piuttosto che con una mente rivolta alle emozioni: il mercato della musica, come tutti i mercati, è spietato e se vuoi sopravvivere al suo interno è necessario comportarsi da bastardi e non da buoni.
La vostra band è essenzialmente un duo. Come vi comportate per l'attività live?
La band sono io! La bassista ha registrato il disco e poi si è ritirata a vita privata, forse perché era un po’ stanca di certe dinamiche stressanti che fanno parte del gioco, ha cercato il riposo. Io al contrario non riesco a stare ferma e a non andare in sala prove. Quindi per l’attività live ho prontamente reclutato e ingaggiato dei ragazzi entusiasti, che hanno apprezzato il disco e lo sanno suonare con vero trasporto e passione, come deve essere. Per ora abbiamo fatto solo qualche data promozionale, ma dal prossimo autunno ci muoveremo di più.
Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
Dopo i Finley, esiste un gruppo che si chiama Dari, una vera rivelazione di demenza che piace molto agli adolescenti del nostro paese: ci piacerebbe suonare con loro per farci due chiacchiere e tirargli due schiaffoni!
A te il compito di chiudere l'intervista...
Comprate il cd e venite a vedere i concerti!
g.f.cassatella
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