Intervista ad Agghiastru (Agghiastru, Inchiuvatu, La Caruta Di Li Dei, Astimi e Lamentu)
Ciao Agghiastru. Tu sei un personaggio attivissimo nell’underground italiano, vorresti parlarci un po’ del tuo ultimo progetto?
Ma sei sicuro di parlare di me? Attivissimo addirittura. Non credo proprio d’essere io. Non ho contatti con la stampa, bands e locali, rilascio poche interviste. Faccio pochissimi concerti, e quei pochi album che pubblichiamo li realizzo contro voglia, come spine che riesco, a fatica, a togliere dal fianco. Tuttavia c’è un nuovo progetto, l’ultimo credo. Nel mio lungo cammino, dai tempi di “Addisìu” nel 1997, ho sempre detto che il fine sarebbe stato quello di trovare un “territorio” definito in cui esprimermi liberamente. Tutti gli altri progetti servivano a perfezionare questo traguardo. Un cd col nome Agghiastru è il nastro. Oggi sono stanco, vecchio, afflitto, deluso, sdentato, l’idea che ho della musica è ridotta all’osso. Un piano come un confessionale, e la mia coscienza, nulla più. Racconto storie in parte vissute, altre inventate, altre confuse tra l’onirico ed il reale, canto storie per l’appunto, con i soliti ingredienti di sempre. Il dialetto siculo per esempio, ma anche una serie di melodie mediterranee. Nel cammino abbiamo aggiunto qualche altro strumento, come una batteria e percussioni varie, o un contrabbasso, o una chitarra, il tutto nella più assoluta libertà espressiva. Chi ha amato le mie melodie del passato, continuerà qui a percepirle, ma in modo più intimo e libero da schemi.
Da poco è uscito “Incantu” la tua prima fatica da solista, potresti descrivercelo?
Come ti dicevo, ”Incantu” raccoglie la mia maturazione di questi ultimi anni. Maturazione di uomo non da musicista, di quello non me ne frega nulla. Esso contiene i tradimenti e le menzogne della mia donna, il fallimento di me come uomo, vicende colme di malìa legate alla Sicilia e alla
mia adolescenza. I vani tentativi di suicidio vero o presunto, ma tutto in forma ballabile. “Incantu” parla, e il titolo è quanto mai esplicito, di quella parte della vita devota all’incantevole grazia del vivere, anche quando essa cova la più oscura tragedia. Devi ballarla comunque. Dentro ho messo di tutto, dal punto di vista musicale. Cosa che del resto faccio anche in Inchiuvatu. C’è del ritmo bossa nova, chitarre mariachi, ritmi punk, ninna nanne psichedeliche.
C’è il mio modo di vivere la musica, libera, per come l’avete conosciuta nei vari progetti, in tutti questi anni umidi.
Potresti spiegarmi la scelta del suo titolo?
Ho dedicato il tempo di un caffè a decidere il titolo. Ti dico questo perché non voglio che si pensi che io in realtà sia macchinosamente organizzato. Non mi frega nulla di comunicare con l’esterno, e l’ermetismo siculo n’è una prova. Ho pensato che il titolo dovesse essere diretto e facile da ricordare, anche per chi non conosce il siciliano. “Incantu” è ovviamente vicino all’italiano, poi c’era pure quella sottile ironia: Agghiastru in-cantu, be’, effettivamente in questo lavoro canto, o mi sforzo di essere credibile nel farlo. I temi che volevo trattare erano legati allo stupore che si ha nei
confronti del cammino, delle stelle cadenti che non hanno con sé desideri. “Incantu” è il titolo perfetto, mi son detto. Lesto l’appunto su un tovagliolino tra le macchie di caffè, il più era stato fatto.
La Sicilia ha una grandissima cultura (come del resto tutte le regioni italiane) della musica folk con testi (solitamente allegri), cosa che mi sembra che nel folk proposto da te i testi trattano argomenti spensierati, a cosa ti ispiri per scriverli?
M’ispiro alla vita di tutti i giorni. Alla mia, quella da zero a trenta. Alla distorsione delle immagini che ho immagazzinato nel viverla. Spesso mi capita di essere associato ad una sorta di rappresentante culturale dell’isola. In realtà, a volte, la Sicilia di cui parlo, ha solo a che vedere con le mie fantasie adolescenziali, con esperienze vissute, oltre l’essere siciliano. A volte parto da una vicenda reale, poi m’accorgo che ha dei punti in comune col mio modo di vivere. Finisco col perdermi tra accordi di piano, fantasie che si mischiano con il reale, e viceversa. Certo, non nego che il paesaggio a quale mi sottopongo da anni non mi abbia reso qualcosa… Ma è come elaboro tutto ciò che rimane un mistero, anche per me.
Quanto incide l’uso del dialetto per esprimere le emozioni presenti nei tuoi testi?
Certe storie non avrebbero la stessa intensità se le cantassi in un'altra lingua. Certi testi in inglese tradotti in italiano, sarebbero ridicoli per esempio. Il dialetto siculo conferisce un senso di tragedia maggiore in alcuni momenti del cd. Prendi la canzone “Sangu”. La parola ha un suono chiuso, diretto, pesante e marcio. Se aggiungi quella “e”, traducendola in italiano, avrà foneticamente qualcosa in meno. La canzone parla del sangue versato in una relazione sentimentale, ma che ahimè, non è servito a far germogliare nulla. Tutto il testo esprime questo senso diretto d’impotenza e dolore. In lingua italiana non avrebbe nulla da trasmettere. Tuttavia in “Incantu” ci sono dei brani cantati in italiano, ma sono nati con un’idea precisa. Ad esempio “La Stanza” è descrittiva di ciò che accade in essa, non narra un sentimento in prima persona. In “Ferru & Focu” ho mischiato le due lingue, come pure in ”Tintatu”, ma lì, anche la parte musicale accarezza estetiche sonore un po’ distanti da quella idea di Mediterraneo che ho io.
Quali sono le band a cui si ispira maggiormente la tua musica (intendo anche quella degli altri tuoi progetti, non solo per Agghiastru)?
Ti potrei fare mille nomi. Da Cave a Capossela, da Waits a Dalla, dagli Avion Travel ai Deicide. Oppure libri, films, poeti e pittori, facce incontrate per strada. Tutto lascia qualcosa dentro di te, che può venire a galla al momento di concepire un’idea. Io mi reputo un artista libero, motivo per cui non soffoco nessuna esperienza che mi arrivi da qualsiasi altro artista o incontro. Parte dell’ispirazione per il lavoro di “Addisìu” m’è arrivata magari da Nino Rota. Come per “Viogna” ricordo che ero molto preso da Lyle Mays, o il teatro pirandelliano. Per La Caruta di li Dei è chiaro m’ispirava l’età di Pericle, l’essere a due passi da Selinunte. Oggi effettivamente m’ispiro a ciò che mi sta più a portata di mano. Le mie ore consumate senza moderata serenità. Il raccolto andato a male di anno in anno, davanti ad un caffè. Sapessi quanti caffè ho seminato!
Oggi dovrei avere una piantagione…
Quale, tra tutti gli album che hai “sfornato” con i tuoi vari progetti, reputi che sia il migliore?
Sono tutti splendidi! Non te l’aspettavi vero, ma è la verità. “Addisìu” è quello che reputo più
scarso, tanto non mi credete comunque. ‘Viogna’ ha le liriche più profonde in assoluto e una parte musicale onirica unica. ‘Piccatu’ ha una maturità tecnico/musicale irripetibile. ”Miseria” è il momento più alto di Inchiuvatu, perché in esso confluiscono tutte le esperienze degli albums precedenti senza alcuna sudditanza. “TrinaCapronuM” degli Astimi è il Cd che ho sempre sognato, quindi perché non realizzarlo. Anche ”Liack” dei Lamentu è incredibile per atmosfere e ferocia.
Ma il cd al quale sono, e sarò legato per il resto dei miei giorni, è senza dubbio “Incantu”.
Perché esso parla di me, in maniera diretta, senza filtri, senza barriere rappresentate da etichette musicali. Libero da qualsiasi peso: di giudizio, di suoni, d’immagini.
E’ quello che ogni musicista si augura di raggiungere. Io l’ho fatto attraverso un percorso tortuoso durato oltre dieci anni. Oggi “Incantu” però mi ripaga.
Quanto vale per te il fronte “live” in una band?
Con “Agghiastru” l’aspetto visivo è molto importante. Non si tratta più di un semplice concerto
musicale. E’ una sorta d’incontro, in cui anime affini vengono a confrontarsi con me e la mia musica, perché si riconosco in una parte delle esperienze che io racconto. A che serve ciò, mi chiedo. Per esorcizzare queste esperienze, renderle meno violente. Addolcirle con una messa
in scena ammaliante. Racconto sotto le fronde dell’olivastro tutte le piccole tessere che compongono “Incantu”, aiutandomi con carillon, rose, teste di morto, lenzuola macchiate di sangue, stelle artificiali, maschere. Tutto è molto teatrale e originale. L’impatto live del mio spettacolo, è qualcosa d’importante, che va oltre la musica contenuta nel dischetto.
A quale tra tutti i tuoi progetti sei maggiormente legato?
Nessuno. Solo me stesso. Agghiastru.
Potresti anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?
Non ne ho la più pallida idea, non m’interessa più di tanto. Ci sono delle proposte interessanti per
degli show… andremo. Sento l’esigenza di fare un nuovo album, lo farò. Mi chiedo se non sia il caso di scomparire per un po’, mi rispondo che forse non sono mai apparso…
Le domande sono finite, lascio a te l’onore di chiudere quest’intervista.
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Pax (Antonluigi Pecchia)
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