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Intervista a Jordan Rudess dei Dream Theater

A guardare l’uomo che mi sta davanti vien da pensare che abbia freddo, così com’è ingobbito nel suo pesante giaccone. Ma non può essere, il grigio spogliatoio dove ci troviamo è caldo come le fucine di Efeso. Jordan Rudess mi guarda con occhi dolci e ghigno da capra e mi dice:
- Fa caldo! Ho bisogno di bere, torno subito.
Chiude la porta e mi lascia da  solo ad imprecare contro il caldo. Ho solo quindici minuti per parlare con lui, chissà quando tornerà. Maledico lui, l’iperprofessionalità dei Dream Theater e le regole imposte dal loro management. Niente foto, niente autografi e solo quindici minuti.
Ma Jordan  torna immediatamente, giusto il tempo di un brutto pensiero. Se fossi stato più attento avrei capito dal primo istante il carattere della persona che mi sta di fronte. Sono i gesti che misurano lo spessore di un’artista. E lui è artista e persona mite. Timida. E questo avrei dovuto intuirlo quando porgendogli la mia mano,  lui è rimasto sorpreso dal fatto che io volessi presentarmi. Quasi lui non fosse il pittore che dipinge in bianco avorio e nero ebano parte delle mia vita da quasi un decennio.
Si siede. Mi guarda. Allarga le braccia per dirmi iniziamo.
E qui entra in gioco il caso, il mio registratore non parte. Armeggio disperato, ripetendomi mentalmente solo quindici minuti, solo quindici minuti. Lui attende, per nulla spazientito. La butto là, indico la mia t-shirt e dico:

Conosci il Banco del Mutuo soccorso?
No.

E’ un gruppo progressive italiano, degli anni 70
Sorridendo mi risponde: - Conosco la PFM – che in americano diventa PiEfEm e che perde il proprio significato originario di Premiata Forneria Marconi, per diventare simbolo del rock italiano nel mondo.

La P.F.M. è più famosa, ma il mio gruppo preferito è il BMS
Ora che guardo meglio la sigla mi sembra di ricordare qualcosa. Non ne sono certo.

In Italia abbiamo una grande tradizione progressive: BMS, PFM, Balletto di Bronzo, Osanna. Sai la leggenda dice che Peter Gabriel abbia iniziato ad usare il trucco facciale dopo aver visto il cantante degli Osanna...
E come un fiore che si apre al mondo al primo raggio di sole, così anche lui si apre. E capisci che il freddo di prima non è ambientale, ma è quello della routine. Ma quando il calore della passione risveglia il suo interesse, il suo atteggiamento nei miei confronti cambia: non più gentilezza professionale, ma rottura dei ruoli, e il tutto diventa chiacchierata tra amici.
- Potresti farmi lo spelling?

O s a n n a
Non li conosco, li cercherò. Altri gruppi?
Gli dico i primi che mi vengono in mente.
Appena ho tempo devo cercare questi dischi mi sorride con entusiasmo.
Finalmente il mio registratore è apposto possiamo partire.

Systematic Chaos è sul mercato da qualche mese. Sei soddisfatto di come stanno andando le cose?
Oggi penso che S. C. sia un grande album. In realtà, non ricordo di non essere mai stato soddisfatto del valore di un disco subito dopo la pubblicazione. Questo disco racchiude in se tutti gli elementi che contraddistinguono i D.T.: parti melodiche, parti atmosferiche, parti più pesanti…

Credo che questo sia il vostro disco più pesante dai tempi di Awake…
Sì, ma non è una cosa studiata. Le idee nascono e sviluppano da sole. Non sappiamo mai che direzioni possano prendere.

Ma quanto è importante l’improvvisazione per i DT?
Molto. Mi spiego meglio, lo è molto in fase di composizione. Entriamo in sala prove  e John improvvisa con la sua chitarra. Sul palco la situazione cambia: cerchiamo di essere quanto più fedeli all’originale, però, poi, non è detto che sia così. Molto dipende dal feeling delle serata, che può portarci a cambiare molte sfumature della nostra musica.

Ma dopo tutti questi anni per te la musica è una passione o un lavoro?
Sgranando gli occhi e sorridendo: - La musica è una passione! E’ quello che amo – e rannicchiandosi, nuovamente, sulla sua sedia di plastica – E’ un lavoro tutto quello che gli sta attorno! Concerti tutte le sere, interviste, promozione. Ma la musica resta una passione, senza dubbio. Mi trasmette emozioni. Mi permette di entrare in sintonia con la gente che viene ai nostri concerti. Molto dipende anche dal luogo in cui suoniamo, dall’atmosfera che si respira, dalla qualità del suono.

Tasto dolente, qui in Italia non esistono strutture concepite e dedicate esclusivamente alla musica. Questo impianto è una palazzotto dello sport, per esempio
Questo penalizza, di certo, la gente che viene ai nostri concerti, oltre che noi.

Tre nomi. Il primo è: Keith Emerson
Keith Emerson è stato importantissimo per me. Avendo fatto studi di conservatorio, quando ho ascoltato “Tarkus” per prima volta, ho capito che era possibile unire musica classica e rock. Oggi Keith è un mio amico, un sogno che diventa realtà. Tarkus è la mia canzone prog preferita, per questo l’ho inclusa nel mio ultimo album solista.

Rick Wakeman
Altra nome importante per me. L’uso innovativo che fa delle tastiere elettroniche in “Close To The Edge” è stata per me una grande fonte di ispirazione.

John Lord
John Lord non è stato per me importante come gli altri due nomi che mi ha fatto. I Deep Purple, come gruppo, lo sono stati. Specialmente dal vivo. Mi hanno mostrato come deve essere una band sul palco. Un album come “Made In Japan” da questo punto di vista è esplicativo, e ha un grande suono di tastiere. Ma ti ripeto, John Lord, di per sé, non è stato così fondamentale.

Ti va di aggiungere un quarto nome all’elenco?
Certo, Patrick Mozar degli Yes. Per questo motivo ho inserito “Sound Chaser” nel mio ultimo disco.

Come ti spieghi il successo che i DT riscuotono in Italia. Cinque date, non le fa nessuno qui da noi.

Mentre raggiungevamo in macchina questo posto ci siamo chiesti vi ricordate il primo nostro concerto in Italia? Io non c’ero, ma i ragazzi hanno detto che già da allora camminavano per strada e venivano fermati dai nostri fans, e loro rimanevano meravigliati dall’essere riconosciuti. Il perché non lo so. Molto dipende da MTV che all’epoca faceva girare il video di “Pull Me Under”. Molto dipende da internet e dal “passa parola” che questo strumento permette.

Cosa ne pensi del fenomeno filesharing?
Capisco che non tutti possano permettersi i cd. E’ anche vero che ai miei tempi venivano i miei amici che dicevano di aver scoperto un gruppo fantastico e mi passavano la cassetta registrata. Ma sono certo che questo fenomeno annulla tutti gli sforzi che ci sono dietro la produzione di un cd e che alla lunga non può portare che danni alle band e alle case discografiche.

Come va con la nuova casa discograficha RoadRunner?
Va benissimo! Siamo pienamente soddisfatti poiché siamo una priorità per loro. E poi hanno gruppi che hanno peculiarità più simili alle nostre. Non ci sono band pop.

Però per l’East\West, nella prima metà degli anni novanta, incidevate voi e i Pantera, le uniche due band “nuove” del metal ad uscire per una major. L’ondata grunge aveva rilegato il metal a un dimensione da etichetta underground. La stessa RoadRunner quindici anni fa lo era. All’epoca sui giornali si scriveva che il metal era morto.
Non credo che il metal fosse morto all’epoca, come non credo che il metal sia morto oggi. Ci sono tante buone produzioni. Quando Petrucci ha messo su la band voleva un gruppo metal. Anche se nel nostro caso, credo che il nostro suono piaccia a chi ascolta metal, ma anche a chi non l’ascolta.

Ma ti consideri un metal-fan?
Non sono un metalman. Sono un fan della buona musica, quella che mi da emozioni. Al di là dei generi e delle etichette. Ascolto Porcupine Tree, Coldplay, Yes, Genesis, musica elettronica…

E la musica classica?
Adoro la musica classica: Chopin, Mozart…

E autori italiani?
- Sì, s’ anche loro. Verdi, per esempio. Fanno parte della mia educazione (usa proprio questo temine Ndr) musicale.

Ma a cosa pensi quando suoni?
Sono concentrato sulla nostra musica. Sai, le composizioni dei DT sono complicate da eseguire, e richiedono attenzione. Ma non è semplice, l’emozione della serata può anche portare la mia testa in mondo meraviglioso – lo dice accarezzandosi la pelata.

Grazie di tutto.
L’intervista finisce qui ma non le sorprese. Mi guarda, e quasi sussurrando mi chiede: - Posso lasciarti una copia del mio ultimo cd? Magari, se ti va, lo recensisci…
Questa volta sono io a strabuzzare gli occhi,  la mia sorpresa è grande. Accetto e lui mi ringrazia e come se fosse il tastierista dell’ultima band sulla faccia della terra, corre a prendere il suo disco. Me lo porge e chiedo di autografarmelo. Accetta (alla fine, il Giuseppe della dedica diventa Gusappe, ma poco importa). Mi porge il cd, mi stringe la mano, abbassa il capo e, salutandomi, mi ringrazia. Sparendo, silenziosamente, nei meandri del palazzetto.

g.f.cassatella

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Nome gruppo: Deatherrent
Titolo: "Though Death Lives On"
Genere: prog death metal
Anno di pubblicazione: 2007
URL: www.myspace.com/deatherrent


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