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MOTORHEAD - Biografia
 Non oso
immaginare cosa sarebbe stato il metal senza l’apporto di uno dei suoi
nonni più arzilli come appunto mr. Ian “Lemmy” Kilmster. Quest’ultimo,
insieme a Udo Dirkschneider degli Accept e ad Ozzy Osburne dei Black Sabbath
forma esattamente la triade perfetta del metal, a cui dobbiamo un grande
rispetto se oggi io e tutti quanti noi siamo dei fieri portabandiera del
vero metallo duro e puro. Lemmy è un personaggio di caratura storica;
il suo trascorso musicale si perde negli anni’60, in quel periodo di grandi
cambiamenti, dove furono dettate molte delle regole che persistono ancora
oggi ma cominciamo dalla genesi del personaggio. Il piccolo Lemmy nasce
da un sacerdote anglicano il 24 dicembre 1945 a Stoke-On-Trent, cittadina
non proprio ridente dell'Inghilterra centrale tra Manchester e Birmingham,
Kilmister approdò alla musica popolare durante il periodo della "British
invasion" di inizio anni 60. Militò prima nei Rainmakers, poi nei Rockin'
Vickers, quindi negli Opal Butterfly: tutti gruppi una spanna e più al
di sopra, in termini di potenza ed effetto, dei gruppi coevi: gente che
faceva o rifaceva rock n' roll, dimentica (perché se ne infischiava) della
crisi/morte del genere subissato prima dai "gruppi vocali"Beatles”), quindi
dal movimento "psichedelico" (13th Floor Elevator's). "Psichedelia" è
la parola d’ordine per il futuro Lemmy, quella che gli consente di esprimersi
contro il pop. Ce la insegna Jimi Hendrix (di tre anni più anziano), di
cui fu il "roadie" nei suoi lunghi soggiorni inglesi tra il 1966 e il
1969 (musicalmente Hendrix nacque in Inghilterra dove fu portato da Chas
Chandler, ex-Animals, che gli diede un gruppo spalla, gli fece incidere
la cover di "Hey Joe", il 45 giri del capolavoro "Purple haze", e gli
presentò Donovan). C’è da registrare la presenza di Lemmy anche in un
altro gruppo “meteora”: Sam Gopal con cui nel 1969 registrò “Escalator”.
Poi fu la volta degli Hawkind, inventori dello Space Rock, una miscela
di hard rock e psichedelia con elementi mainstream ed acid rock. Qui Lemmy
cominciò a suonare il basso e a stabilire alcune linee di condotta che
poi svilupperà nei decenni a seguire con la sua creatura: i Motorhead.
Nonostante il loro stile molto peculiare gli Hawkind non ebbero un successo
così “spaziale” come invece lo ebbero altri loro colleghi dell’epoca.
Verso la seconda metà dei ’70, Lemmy fu cacciato dagli Hawkind, portandosi
con se un pezzo dal titolo molto interessante: Motorhead, un pezzo rock
bastardissimo che esprime a pieno la fortissima entità “Byker” di Lemmy,
antipop, anticommerciale, lurida e bastarda. Ma sempre onesta e calda.
Assoldato il chitarrista Larry Wallis, che verrà poi sostituito da Eddie
“Fast” Clarke, e il batterista Phil “Filty animal” Taylor, Lemmy dette
vita alla prima incarnazione del suo gruppo, chiamato inizialmente “Bastard”,
che poi con l’arrivo di “Fast” Clarke, diventerà quella più storica. Il
primo album è del 1977(Motorhead-Chiswick) e risente ancora della vecchia
influenza Hawkind, e ciò è testimoniato da brani tipo “Lost Johnny” e
“White Line Fever”. Ma i veri Motorhead cominciano a farsi sentire nel
1979 con un album storico quanto il brano eponimo: “Overkill” prodotto
dalla Bronze. Un album dalla potenza e dalla ferocia inarrestabile. E
da qui in poi si susseguiranno una serie di album che segneranno la storia
della musica: Sempre nel 1979 esce “Bomber” altro album selvaggio in cui
vengono annoverati alcuni immortali cavalli di battaglia come “Stone dead
forever” e la title track. Nel 1980 è la volta dell’album dei Motorhead
per eccellenza: “Ace of Spades” dove oltre alla title track, che è sicuramente
il pezzo più famoso della band, troviamo altre teste di serie del calibro
di “Shoot in the back”, la cover di “Please don’t touch”, “We are the
road crew” e “Live to win”. La band era inarrestabile come il suo sound,
tanto più che nel 1982 sfodera un’ altra testa di serie “Iron fist”, album
dalla solita title track rapida, diretta, minimale e selvaggia, che conferma
le scelte della band in merito al proprio stile, stile a cui si ispireranno
tantissimi metalheads col pallino di replicare i propri miti. Purtroppo
sempre nel 1982 si registra l’addio alle armi sia di “Fast” Clarke che
di “Filthy animal” Taylor, quest’ultimo che poi abbandono’ Lemmy al suo
destino dopo l’uscita del sesto album della band “Another perfect day”,
che risente dell’assenza del riffing rock/blues selvaggio di Clarke. Dopo
tre anni Lemmy riesce a riformare la sua band. Nel frattempo era uscito
il singolo “Killed by death”, uno dei pezzi più grezzi e brutali composti
dal trio. Orgasmatron usci` nel 1986 e fu un trionfo degli istinti selvaggi
del gruppo. Deaf Forever annuncia uno stile al tempo stesso piu` "pesante"
e piu` melodico, ma poi, dal rock'n'roll "anthemico" e trascinante di
Ain't My Crime al thrash deviato di Claw e Ridin` With The Driver, i Motorhead
non concedono un attimo di pausa. Il ritmo e` sempre elevatissimo, le
chitarre viaggiano a folli velocità, la batteria crivella di colpi, e
il cantato lacerante sembra un coltello alla gola. Doctor Rock e Built
For Speed sono comunque due delle loro composizioni piu` orecchiabili,
quasi delle (grintosissime) ballate. La title-track rallenta il ritmo
e sperimenta un'atmosfera morbosa, fra i Velvet Underground e il cinema
horror. Tutt'altro che invecchiati, Kilminster e la sua banda di balordi
attizzano un'orgia di rock'n'roll sgraziato degna degli MC5, che compensa
qualche ripetizione con altrettanti esperimenti. Ma quegli stereotipi
vennero ripetuti alla nausea nel lavoro successivo, Rock And Roll (1987),
con risultati suggestivi soltanto in Eat The Rich (e Taylor di nuovo alla
batteria). Giunti alla fine di una strada, i Motorhead non esitano pero`
a cambiare direzione. E cio` avviene con l'ambiziosissimo 1916 (WTG) del
1991: le canzoni sono piu` curate (ma non meglio suonate...) e soprattutto
varie. Kilminster non esita a confessare una delle loro sorgenti di ispirazione
in The One To Sing The Blues e pennella I'm So Bad, l'inno ribelle di
turno, prima di lanciarsi nel solito slalom di boogie scriteriati (Going
To Brazil, Angel City), che costituiscono lo "zoccolo duro" dell'album.
La melodia irrompe pero` di prepotenza, permeando il powerpop di No Voices
In The Sky, quasi patetica al confronto del loro repertorio precedente,
e la ballata (mediocre) Love Me Forever. Nightmare e la title-track sperimentano
addirittura arrangiamenti e partiture atmosferiche, in vistoso contrasto
con i muri di riff a cui il gruppo aveva abituato. Altra opera di sfondamento,
che chiude un'era e ne apre una nuova, 1916 conferma l'immortalita` di
Kilminster. L'altalena di capolavori e tonfi prosegue con lo sterile March
Or Die (1992), privo dell'energia e dello spirito di Orgasmatron, privo
della fantasia e della maturita` di 1916. Bastards (ZYX) li conferma comunque
capaci ancora di due anthem come Born To Raise Hell e We Bring The Shake.
Sacrifice (CMC) celebra il ventennale di attivita` con un sound che in
fondo e` esattamente identico agli esordi. Nel bene e nel male. E cosi`
Overnight Sensation (1996). Nel 2003 è la volta dell’antologia “Stone
dead forever”in cui sono incluse molte rarità. Poi nel 2004, per spegnere
degnamente le trenta candeline i Motorhead danno vita ad un altro album
“Inferno”, decisamente molto Thrash nelle trovate come nel semi palmuting
di “In the name of tragedy” o “Terminal Show”. In generale un album metal
molto old style interessante. Passano gli anni, le mode cambiano ma certi
personaggi rimangono gli stessi, non certo per lassismo mentale ma, mi
piace pensare, per onestà con se stessi e con i milioni di fun che, un
tipo trasandato ma molto intelligente come Lemmy, può vantare di avere.
Fin quando esisteranno i Motorhead potremmo dire che il metal è ancora
estremamente difeso.
MURNAU
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